Ottenere lampade e sedie dalle bucce delle patate? Possibile grazie a Bio-On!

Trasforma gli scarti dell’industria agroalimentare in una nuova materia prima: una plastica biodegradabile in acqua al 100%. Così la startup bolognese Bio-On è riuscita a quotarsi in borsa ed è pronta a conquistare il mercato estero.

Trasformare gli scarti dell’industria agroalimentare in una nuova materia prima, attraverso l’utilizzo di colonie di batteri. È questo il processo messo a punto dalla startup bolognese Bio-On. E così dalle bucce di patate, piuttosto che dallo zucchero di barbabietola o di canna, viene realizzata una particolare plastica hi-tech.

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Come nasce questa bio-plastica innovativa

«La bioplastica la facciamo con dei batteri, che sono parte della natura», racconta Marco Astorri, presidente di Bio-On. «Non inquiniamo utilizzando il loro prodotto, che è il biopolimero che immettiamo sul mercato. Lo stesso viene poi totalmente biodegradato dalla natura. È un ciclo perfetto».

Il polimero di cui parla Astorri si chiama Polyhydroxyalkanoato o PHA, un poliestere lineare prodotto in natura da una fermentazione batterica di zucchero. «La sua peculiarità è quella di eguagliare, e a volte superare, le prestazioni delle più note plastiche – ben più inquinanti – ottenute dal petrolio». La plastica green di Bio-On – chiamata Minerv Pha – viene poi lavorata per realizzare oggetti per la casa, come sedie, lampade e televisori, o anche strumenti per il settore edilizio e biomedicale.

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 Dai batteri alla plastica, un ciclo continuo

«Abbiamo scoperto che con i polyhydroxyalkanoati possiamo utilizzare cento gradi in meno di calore per poter ottenere lo stesso prodotto», sottolinea Astorri. Questo vuol dire essere in grado di realizzare tutto quello che oggi si fa con le plastiche conosciute, ma con un grande risparmio energetico e senza inquinare.

Il processo per produrre questo nuovo materiale è completamente naturale. Astorri lo illustra così: «I nostri prodotti non sono solo compostabili, ma sono totalmente biodegradabili in natura. Per produrli infatti si utilizzano dei batteri non patogeni. Microrganismi che si cibano degli scarti della lavorazione industriale delle patate, o anche delle barbabietole e delle canne da zucchero, e nel processo creano una riserva di energia».

Astorri parla del Pha, che viene successivamente estratto grazie ad una tecnica brevettata, assemblato e utilizzato per produrre beni di vario genere. La particolarità della plastica bio Minerv Pha è quella di avere un ciclo di vita infinito. Come spiega lo stesso Astorri: «Distruggerla per creare altri prodotti non comporta il rilascio di sostanze inquinanti come nel caso delle plastiche tradizionali, perché l’anidride carbonica prodotta nel processo è la stessa che una foglia cattura in atmosfera».

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Una startup da 230 milioni di euro

Quella di Bio-On potrebbe rappresentare una valida soluzione per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti e, allo stesso tempo, quello della plastica. Secondo un recente studio infatti, entro il 2025 la quantità di plastica potrebbe decuplicarsi, rischiando di trasformare gli oceani in una immensa discarica.

Alla Bio On hanno idee chiare (e molto green) per il futuro. L’azienda è infatti impegnata nello sviluppo in nuovi processi nel campo della chimica naturale e sostenibile. «Non siamo solo l’azienda che sta realizzando il biopolimero del futuro», precisa Astorri. «Stiamo cercando di mettere a punto una piattaforma verde, qualcosa che possa giovare alla natura e alle persone».

L’imprenditore bolognese è convinto che la strada intrapresa sia quella giusta. D’altra parte, i risultati raggiunti in questi ultimi mesi sembrano dargli ragione. «Abbiamo fatto le Hollow Capsule (micro e nanoparticelle basate sul principio di biodegradabilità della Minerv Pha, per la somministrazione controllata di farmaci o per il rilascio graduale di principi attivi in agricoltura, ndr.) e abbiamo intrapreso una nuova avventura per lo sviluppo di questo building block della chimica moderna, l’acido levulinico».

Quest’ultimo è una molecola chiave per la futura chimica sostenibile. «A leggere il nome sembra qualcosa di brutto – sorride Astorri – invece è soltanto una piccola pietra, uno dei dieci elementi fondamentali per la chimica verde del futuro». L’obiettivo è quello di avere, di qui a qualche anno, carburanti, solventi, vernici, energia, tutti basati su fonti e prodotti non-inquinanti. «Noi lo abbiamo scoperto e lo stiamo industrializzando per produrlo».

(Foto: Bio-On)

Laboratori all’estero per una produzione a km zero

A ottobre dello scorso anno la Bio-ON si è quotata in borsa nel settore Aim, dedicato alle piccole e medie imprese. «Un’azienda partita comprando un Mac, con due persone e pochissimo denaro, di fatto una startup vera, oggi capitalizza duecentotrenta milioni di euro», ci rivela con una punta d’orgoglio Astorri.

«Sembra più una storia americana che italiana».

Il presidente di Bio-On è convinto che il loro esempio possa servire da sprone per tutte quelle persone che vorrebbero avviare una startup, ma sono scoraggiate dall’attuale panorama nostrano. «Noi siamo esattamente così. Abbiamo avuto un’idea che era soltanto sulla carta, pian piano l’abbiamo trasformata e adesso stiamo diventati grandissimi. Quindi si può fare».

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Da startup pura infatti, Bio-On si avvia a diventare una vera e propria multinazionale, con l’apertura di un numero sempre maggiore di laboratori all’estero: «Stiamo investendo molto del denaro raccolto in questi mesi su nuove idee e abbiamo già concesso due licenze, una in Francia e una in Brasile», rivela Astorri. «Nel nostro progetto avevamo previsto di vendere la prima entro la fine del 2016 e invece siamo riusciti a venderne due prima del 2015».

Parliamo di aziende che hanno dei sottoprodotti di scarto agricoli, derivanti dalla produzione di zucchero da barbabietola e canna da zucchero, e sono interessate alla realizzazione degli innovativi biopolimeri. «Per noi è molto più sensato che questi prodotti di scarto vengano trasformati e utilizzati lì dove sono», conclude. «Questo permetterà sviluppare tantissime nuove piccole economie, seguendo la teoria del km zero anche a livello produttivo».