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Be My Eyes, l’app per “offrire” i propri occhi a chi non può vedere

Be My Eyes, che ha superato i 370mila iscritti, collega l’utente che ha bisogno di assistenza al primo volontario disponibile, anche a un continente di distanza. Puntando tutto sulla solidarietà, quest’app aiuta le persone non vedenti a risolvere piccoli problemi quotidiani, semplificando loro la vita.

Hans Jørgen Wiberg è un signore danese affetto da un grave difetto alla vista; il suo campo visivo nel corso del tempo si è ridotto a 5 gradi rispetto ai normali 180. Per anni ha lavorato come consulente per persone non vedenti in Danimarca. È da questa sua esperienza di vita è nata Be My Eyes

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Sebbene di app per non vedenti ne siano state sviluppate molte negli ultimi anni, la creatura di Hans è la prima a scommettere tutto sulla solidarietà. Be My Eyes, infatti, collega l’utente che ha bisogno di assistenza al primo volontario disponibile, magari a un continente di distanza: «Un mio amico non vedente mi ha detto che utilizzava spesso il suo smartphone per contattare amici e familiari su Skype o FaceTime perché gli dessero una mano per piccole cose quotidiane – racconta Hans – ma il fatto di dover sempre chiamare qualcuno lo metteva a disagio. È da qui che ho iniziato a pensare a un gruppo di volontari che potesse rispondere a questo tipo di chiamate».

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Come funziona Be My Eyes

Nel 2012 Hans ha presentato la sua idea durante un weekend per startup in Danimarca, dove ha riscosso un grande successo. Il lancio è avvenuto nel gennaio 2015 e ad oggi 27mila persone non vedenti utilizzano Be My Eyes.

Nonostante le iniziali preoccupazioni, anche il numero di volontari che hanno scaricato l’app ha superato tutte le aspettative.

L’unico requisito è avere un iPhone 4s o modelli successivi. Il funzionamento è semplice: si scarica l’app gratuitamente, ci si registra, si seleziona una lingua e quando si ha bisogno di assistenza si schiaccia il pulsante di chiamata. Il volontario vede sullo schermo del suo telefono il video ripreso dalla fotocamera dell’Iphone del non vedente.

Se il volontario in quel momento non può rispondere, dopo dieci secondi la chiamata viene inoltrata a un altro utente. Può sembrare poco, ma la differenza psicologica alla base di questo meccanismo è fondamentale. Come spiega Hans: «Puoi essere sicuro al cento per cento che la persona che risponde è disponibile. Non riceverai mai un no per risposta. Senza contare l’emozione di essere a Helsinki e poter essere aiutato da qualcuno a Sidney»

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La questione sicurezza

Ovviamente nelle condizioni di utilizzo viene esplicitamente chiarito che è meglio evitare di condividere informazioni e dati personali. In aggiunta, per evitare incidenti, alla fine della chiamata sia il non vedente che il volontario possono segnalare un eventuale utilizzo scorretto. Infine, il team di Be My Eyes ci tiene a sottolineare che è sbagliato partire dal presupposto che le persone non vedenti non possano essere indipendenti a causa della loro disabilità.

«Non vogliamo in alcun modo far intendere che chi non vede sia indifeso o incapace, tutt’altro – sottolinea Hans – la mia speranza piuttosto è che la nostra app possa incoraggiare le persone e dar loro il coraggio di fare cose che normalmente non farebbero». Magari cose piccole ma che fanno la differenza, come preparare una cena per la propria moglie, perché hanno a disposizione l’assistenza visiva di qualcuno che è lì volontariamente.

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La storia di Dean

Dean ha trent’anni, è cieco dalla nascita e vive da solo a pochi chilometri da Londra. A sentirlo parlare si capisce subito che è molto orgoglioso della sua autonomia. «Ho incontrato persone che mi parlavano come se fossi un qualche portento perché posso fare le cose da solo, quando per me è perfettamente normale», spiega.

Per lui però l’iPhone è senza dubbio uno strumento molto comodo. «Appena l’ho acquistato non era accessibile, ma poi ho aggiunto l’opzione Voiceover. Ero molto interessato a trovare app che potessero essermi utili», racconta. Be My Eyes l’ha scoperta su Twitter.

«La uso spesso per controllare la data di scadenza del latte e di altri prodotti che ho in casa. Ma l’ho anche usata per farmi aiutare nel setup della televisione, per collegare i vari canali, cosa che da solo non sarei stato in grado di fare. Oppure una volta per fare una prova ho chiesto ad un volontario di aiutarmi leggendo un cartello stradale, in questo senso è molto utile», spiega Dean. Sottolinea anche che «la cosa interessante è il fatto la app utilizza la fotocamera sul retro del telefono, che è molto meglio di quella davanti, dal momento che così chi ti aiuta può vedere quello che stai facendo».

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Per quanto riguarda i volontari con cui ha avuto a che fare, avendo selezionato l’inglese come lingua, Dean è entrato in contatto con persone nel Regno Unito e negli USA. «Erano tutti molto gentili e contenti di dare una mano», racconta.

E per il futuro Be My Eyes potrebbe arrivare ad aiutare molte più persone.

«Gran parte delle persone non vedenti vive in paesi come l’Africa, l’India o la Cina – sottolinea Hans –  dove purtroppo molte persone ancora perdono la vista a causa di malattie che in Europa o negli Stati Uniti sono facilmente curabili». L’idea è quella di riuscire lentamente ad espandersi e arrivare a raggiungere queste persone entro il 2018. Ci saranno aspetti culturali ed etnici da prendere in considerazione, ma la sfida non lo spaventa.

Caterina Villa

@CaterinaVilla

Un Commento a “Be My Eyes, l’app per “offrire” i propri occhi a chi non può vedere”

  1. Andrea Corbella

    Perchè impedire a tutti coloro che non posseggono un iPhone di essere entusiasti volontari ma penalizzati dal proprio mobile?

    Rispondi

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