Riccardo Luna

Riccardo Luna

Set 12, 2016

Faremo un nuovo censimento dei FabLab italiani. Perché contarci è importante

Dopo il primo censimento, nel 2014, è arrivato il momento di scattare un’altra fotografia. Così il Censis e la Fondazione Make in Italy stanno mappando i fablab italiani. Le loro storie le racconteremo qui, da oggi fino all'apertura della Maker Faire Rome.

Il primo FabLab in Italia era di quattro metri per quattro, forse anche meno: era tutto dentro una tenda bianca ed era costituito da una rudimentale stampantina 3D che faceva vasetti (era una delle primissime MakerBot), una fresa a controllo numerico e molte schede Arduino. Il primo FabLab in Italia ha aperto il 18 marzo 2011: me lo ricordo bene perché faceva parte di Stazione Futuro, la grande mostra che ebbi l’onore di curare in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, alle Officine Grandi Riparazioni di Torino.

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Teoricamente quello era il padiglione sul futuro del lavoro: ci eravamo interrogati a lungo su come rappresentare un tema così sfuggente come il futuro del lavoro, e alla fine la scelta era caduta sull’allestimento di un FabLab, un luogo dove tutti potessero vedere, anzi, provare, che il futuro della manifattura sarebbe stato sempre più digitale e democratico, nel senso che ci avrebbe coinvolto teoricamente tutti, almeno a livello creativo.

Il primo (vero) Fablab, sempre a Torino

Non ricordo se già allora usammo il termine “maker” che poi ha avuto tanto successo per indicare i protagonisti della terza rivoluzione industriale. Ma quel che ricordo è che quel mini padiglione ebbe un tale successo di pubblico che appena chiuse “Stazione Futuro”, il 30 novembre, era già chiaro che quello era solo l’inizio della storia. Infatti poco più di due mesi dopo, sempre a Torino, Massimo Banzi e altri amici aprirono il primo vero FabLab italiano all’interno del più ampio progetto di Officine Arduino. Da lì è stata come un’onda: grazie anche al successo crescente della Maker Faire di Roma, nuovi FabLab hanno aperto ovunque, anche in località davvero remote.

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Il primo censimento

Quanti erano? Come lavoravano? Non c’erano dati certi. Per rimediare nel 2014, la Fondazione “Make in Italy cdb”, che nel frattempo era stata fondata da Carlo De Benedetti ed è guidata sempre da Banzi (io sono il terzo socio fondatore), ha commissionato una ricerca, un censimento per capirne di più: Massimo Menichinelli e Alessandro Ranellucci hanno predisposto un questionario che ha fotografato un movimento nascente.

Tanta energia, molto disordine.

Ma numeri impressionanti, circa 100 FabLab, che ci posizionavano al secondo posto mondiale, dietro gli Stati Uniti e assieme alla Francia.

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Il nuovo censimento

Sono passati due anni e lo scenario è cambiato moltissimo. I maker sono diventati un soggetto riconosciuto dalla politica e dall’economia. Ci sono regioni, come il Veneto e il Lazio, dove l’apertura e il sostegno dei FabLab sono diventati un asse importante delle politiche pubbliche. A Milano la scena della manifattura digitale incrocia il mondo del design con risultati davvero notevoli. E anche al Sud c’è una vivacità notevole. Per non parlare della scelta del ministero dell’Istruzione di favorire e finanziare la nascita di “atelier creativi” che altro non sono che dei FabLab nelle scuole. Accanto a queste luci ci sono anche ombre ovviamente: non sono pochi i FabLab che non hanno trovato un modello sostenibile e che hanno dovuto chiudere.

È arrivato il momento insomma di scattare un’altra fotografia. Di fare un altro censimento, per capire dove siamo arrivati e come possiamo far meglio. Non si tratta solo di vantarsi del numero totale di FabLab ma di capire meglio le rispettive esigenze che ciascuno ha per integrarsi nel tessuto economico e crescere. Insomma, è in corso un altro censimento. Lo stiamo facendo in occasione di una importante ricerca che la Fondazione Make in Italy fa per il secondo anno consecutivo in occasione della Maker Faire di Roma. Lo scorso anno, con il contributo di Prometeia, andammo a misurare l’impatto delle tecnologie digitali sulla manifattura e sul PIL. Quest’anno il Censis sta indagando sul rapporto fra manifattura digitale e città, per vedere se anche da noi, come negli Stati Uniti, c’è un ritorno delle nuove fabbriche all’interno delle città; e se da questi e altri dati può scaturire un indice delle “maker cities”, le città dei maker, con una forte vocazione al futuro.

Un asse importante di questa ricerca sarà costituito dal secondo censimento dei FabLab che è in corso in questi giorni. Mentre su StartupItalia! Potrete leggere le storie più interessanti. Tutti i giorni, fino alla Maker Faire di Roma, a partire da oggi.