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Una nuova tecnica per rilevare le impronte sulla scena del crimine. Inventata da John Bond

Il dottor John Bond (mai cognome fu più appropriato) ha inventato una nuova tecnica per il fingerprinting, la rilevazione delle impronte digitali, sulla scena del crimine. Aiuterà a risolvere tutti quei misteri che avvolgono i delitti con arma da fuoco

Nonostante gli enormi progressi fatti nell’ambito forense con le analisi del DNA, il rilevamento delle impronte digitali rimane una delle tecniche più precise e utili nelle indagini criminali. Oggi una nuova tecnologia per visualizzarle sulle superfici metalliche potrebbe cambiare le carte in tavola nei crimini in cui è stata usata un’arma da fuoco. L’hanno inventata all’Università di Leicester in collaborazione con il Fingerprinting Laboratory dello Zhejiang Police College (ZPC) cinese.

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Una tecnica inventata da John Bond

La mente dietro a questa nuova tecnica è John Bond -mai cognome fu più azzeccato-, che già nel 2012 aveva ideato una strategia per rivelare impronte digitali sul metallo che fino ad allora era quasi impossibile poter vedere. Era particolarmente efficace sulle cartucce: vi si applicava corrente ad alto voltaggio per poi aggiungere sulla superficie un rivestimento ottenuto con dei piccoli bead di ceramica e una polvere sottile, l’equivalente del cosiddetto “grigio argento” usato da tempo per rilevare le impronte.

Da allora Bond (in foto) ha continuato le sue ricerche nell’ambito delle impronte e ha migliorato la tecnica ulteriormente con l’aiuto di Xu Jingyang dello ZPC: usando la polvere speciale su una cartuccia esplosa e conferendole, allo stesso tempo, una carica elettrostatica (circa 2500 V), che sfruttando la corrosione del metallo permette di vedere impronte altrimenti invisibili.

Minuscoli dettagli, piccole imperfezioni che in grado di collegare una persona a un luogo, a un oggetto, dimostrandone la colpevolezza

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Come vengono rilevate le impronte

Con questa nuova tecnica è più semplice osservare il segno lasciato dalle impronte sull’ottone o altri metalli e leghe, specialmente quando si ha di fronte tracce datate (fino a dieci giorni prima) o che sono state immerse a lungo in un fluido, rimosse manualmente dal colpevole o ricoperte di polvere. La tecnica, spiegano gli scienziati, è più sofisticata sulle impronte vecchie proprio perché sfrutta la corrosione del metallo causata da liquidi o altri agenti. Per di più il generatore di carica elettrostatica non è uno strumento ingombrante o complesso, ma si può ottenere sfruttando il normale equipaggiamento forense usato dalle autorità nelle normali indagini.

Un device portatile ed economico, che entro il 2016 Bond e Xingyang vorrebbero tradurre in un prototipo ufficiale da portare comodamente sulla scena del crimine.

Il rilevamento delle impronte digitali è infatti una delle tecniche più conosciute quando si parla di investigazione, come ben sanno gli appassionati di serie tv e film polizieschi che seguono con interesse le complicate manovre svolte da polizia e investigatori intorno alle prove.

Chi ha sparato? Chi ha toccato l’arma da fuoco o le cartucce?

Quando l’impronta digitale è visibile si tratta banalmente della sporcizia lasciata dal contatto della mano su una superficie: le linee papillari sul polpastrello spostano o “appoggiano” la polvere oppure lo sporco come traccia, lasciando così un’improntaunspecified-2 facile da individuare e fotografare.

La difficoltà si ha soprattutto con le cosiddette impronte latenti, ovvero invisibili, nascoste, quelle che il nostro tocco lascia sugli oggetti e sulle superfici anche in assenza di sporcizia o sostanze sui polpastrelli.  Queste impronte vengono prodotte perché dai pori delle dita esce una sostanza composta d’acqua, sebo, acidi, calcio, che rimangono impresse sulle superfici -in particolar modo su quelle levigate come il vetro o i metalli- ma che non è affatto banale rilevare.

Si inizia spargendo con degli strumenti appositi il grigio-argento (spesso a base di alluminio), che viene distribuito in corrispondenza delle linee papillari, ovvero dove ci si aspetta di trovare l’impronta digitale. Se l’intuizione è giusta, e l’impronta c’è davvero, si procede a prelevarla con un nastro adesivo nero. Per altri materiali rugosi o porosi, più assorbenti rispetto ad esempio a vetro e ceramica -ma anche alle ante di un mobile o al piano di un tavolo- è possibile ricorrere a reagenti chimici che faranno risaltare l’impronta.

Un’ultima curiosità: insieme alla collega Lisa Smith, John Bond tiene un MOOC gratuito sulle scienze forensi in cui spiega il ruolo della scienza nelle investigazioni criminali, oltre al contribuito che tecniche sempre più innovative possono dare alla giustizia. Lo trovate su Future Learn, inizia il 3 ottobre.

Crediti immagini: Università di Leicester

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