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Cosa significherebbe avere l’intelligenza artificiale come presidente

Joshua Davis si interroga su Wired su rischi e vantaggi di scegliere una macchina alla guida di una nazione: la determinazione nel raggiungimento di un obiettivo e la capacità di superare i limiti umani potrebbero essere la svolta per realizzare davvero il bene comune

«Covfefe» è stata solo l’ultima delle gaffe presidenziali alle quali Donald Trump ci ha abituati dall’inizio del suo amndato alla guida degli Stati Uniti. Ma se ci fosse una tecnologia per permettere che chi ricopre ruoli così importanti come quello dell’inquilino della Casa Bianca non sia soggetto a errori più o meno grossolani come questo? La soluzione potrebbe risiedere nell’intelligenza artificiale. Lo scenario di un presidente non esposto ai sentimenti umani, ma modellato in base a una programmazione informatica, di certo può spaventare o quanto meno far sorgere qualche dubbio sulla sua effettiva efficacia. Ma ciò che sembra poter funzionare è la possibilità che il presidente artificialmente intelligente possa essere immune a rabbia, pregiudizio, ego e possa quindi concentrarsi esclusivamente sul bene comune. È quanto cerca di sostenere Joshua Davis su Wired nel tentativo di dimostrare il vantaggio di eleggere un presidente dall’intelligenza artificiale il più presto possibile.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Foto: Gage Skidmore

Una nazione senza pilota

Ci sono anche delle cose che il presidente robotizzato di sicuro avrà difficoltà a fare come intrattenere conversazioni durante una cena di stato o fare gli onori di casa con consorte al seguito durante le visite ufficiali. Se un algoritmo viene considerato progressivamente sempre più affidabile nel caso della sicurezza stradale e della gestione di auto senza pilota, però, ci sono tutti i presupposti perché presto questo possa valere anche per una nazione senza pilota, o almeno con una guida non del tutto umana. Lo stesso processo di scelta dei governanti potrebbe liberarsi definitivamente dalle simpatie e dai condizionamenti culturali che spesso portano a preferire dei candidati più per il loro atteggiamento e per il loro aspetto che per le politiche che hanno in programma di mettere in atto.

Foto: Sean Davis

La strategia di gioco

L’introduzione dell’intelligenza artificiale nella politica non cancella le grandi questioni legate all’interpretazione della legge, alla povertà, alle disuguaglianze. E a volte la complessità di alcuni problemi lascia pensare che sia difficile per una macchina fare meglio di un umano. I risultati ottenuti negli utlimi 12 anni dall’intelligenza artificiale di Google nel gioco Go sembrano, però, dare speranza a riguardo. Di sicuro si potrebbe obiettare che gestire le sorti del mondo non è proprio come giocare. Al di là degli scopi, però, la capacità di una macchina di fare meglio degli uomini in un gioco strategico dimostra la sua possibilità di fare ragionamenti complessi, previsioni, gestire situazioni di difficoltà. Queste stesse abilità si sarebbero potute applicare, per esempio, nel 2003 prima dell’invasione statunitense in Iraq: se una macchina avesse avuto il compito di processare tutti i documenti su Saddam Hussein e tutti i possibili risvolti di una guerra in quel paese probabilmente l’operazione militare non sarebbe mai cominciata.

Il pregiudizio dell’intelligenza artificiale

Yann LeCun di Facebook, che ha lavorato molto nel settore dell'”apprendimento approfondito”, ha detto al Mit Technology Review che presto le macchine potranno sviluppare una capacità di comprensione e giudizio superiore a quella umana. Di sicuro c’è il problema del pregiudizio che i programmatori possono passare alle macchine inconsapevolmente e che può rendere l’intelligenza artificiale capace di discriminazione proprio come gli uomini. Ciò che però le distingue è la determinazione nel raggiungimento di un obiettivo prefissato che aiuta anche a superare degli ostacoli che per l’uomo potrebbero essere insormontabili.

Determinazione nel raggiungere un obiettivo

Esiste anche un rischio non contemplato in caso di presidenti uomini e cioè la possibilità che il sistema sia compromesso dall’azione di un hacker o che la programmazione nel raggiungimento di un obiettivo si possa trasformare in una pericolosa corsa verso la meta che mette a rischio tutto il resto. Un esempio di questo risvolto lo propone uno che ha fatto dell’intelligenza artificiale il suo business, Elon Musk: «Potenzialmente l’intelligenza artificiale programmata per coltivare fragole potrebbe decidere di trasformare l’intero pianeta in un campo di fragole con l’obiettivo di raccoglierne il più possibile anche a costo di spazzare via l’umanità», ha immaginato Musk. Al di là degli scenari apocalittici, però, l’integrazione graduale tra le capacità umane e quelle artificiali sembra essere un fenomeno inarrestabile. E anche se non si verificherà all’improvviso, la strada intrapresa è quella, anche nel campo della politica.

 

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