Antonella Di Noia

Antonella Di Noia

Set 19, 2017, 9:00am

Antonella Di Noia

Antonella Di Noia

Set 19, 2017, 9:00am

Il brevetto di Harvard arriva in Italia con la batteria di Green Energy Storage

Il sistema, basato su una molecola estraibile dai vegetali, consente di accumulare energia, riducendo l’impatto ambientale e i costi di produzione. L'idea di business è diventata un caso di successo anche per l'overfunding su Mamacrowd

Il mercato dei sistemi di accumulo di energia è considerato uno dei principali trend mondiali ed è prevista una crescita stimabile tra i 200 e i 400 miliardi di dollari entro il 2022. Una fetta importante di questo mercato (circa il 32 per cento) è localizzata in Europa, per un valore compreso tra gli 80 e i 160 miliardi di dollari, ed è destinata a crescere in Italia anche grazie a startup come Green Energy Storage, che ha sviluppato il primo prototipo di batteria a flusso organica. Il sistema accumula e produce energia, partendo da una molecola non inquinante e brevettata dall’università di Harvard: il chinone, estraibile dal rabarbaro, dagli scarti vegetali e di petrolio. Oltre ad essere green, l’energia ha anche un costo inferiore proprio perché prodotta da sostanze vegetali facilmente reperibili, al contrario di quello che avviene con le batterie al litio, molto più costose. Salvatore Pinto, ingegnere elettronico con esperienza pluriennale nel mondo dell’energia e presidente di Green Energy Storage, ha spiegato a StartupItalia! il percorso di sviluppo dell’idea d’impresa, in cui hanno avuto un ruolo fondamentale le competenze scientifiche del team di lavoro e il supporto finanziario ricevuto dalle istituzioni pubbliche, fino al recente successo della campagna di equity crowdfunding su Mamacrowd: a fronte di un obiettivo massimo di 500 mila euro, si è andati oltre il milione di euro.

Il brevetto da Harvard all’Italia

Dove comincia il percorso di sviluppo della batteria a flusso organica?
«Da diversi anni si parlava di sistemi di storage come il futuro dell’energia e nel 2014 mi sono imbattuto in un articolo del professor Michael J. Aziz, del dipartimento di Ingegneria e Scienze Applicate dell’Università di Harvard, pubblicato sulla rivista Nature, sul risultato di una ricerca, protetta da brevetto, condotta in laboratorio. Si trattava di una batteria a flusso il cui funzionamento era basato su un materiale organico, il chinone, e non più sul vanadio, elemento inquinante e costoso. Capii che quella scoperta scientifica avrebbe potuto rappresentare il punto di partenza per sviluppare un’idea d’impresa: dopo quasi un anno di trattative con l’università di Harvard, abbiamo ottenuto la licenza esclusiva del brevetto nei 28 paesi dell’Unione Europea e in Svizzera e Norvegia. Nel frattempo, sono state radunate le migliori competenze italiane che potessero trasformare un esperimento condotto dall’Università di Harvard in un sistema pienamente funzionante, ingegnerizzandolo. Abbiamo così iniziato a lavorare con il dipartimento di Scienze e Tecnologie chimiche dell’Università di Tor Vergata, che rappresenta il nostro laboratorio di ricerca e sviluppo, e consolidato la collaborazione con la Fondazione Bruno Kessler, ente di ricerca di interesse pubblico, e le Industrie De Nora, leader mondiale nel settore degli elettrodi».

Un caso di innovazione al contrario

Perché l’Università di Harvard ha scelto proprio voi come licenziatari esclusivi del brevetto?
«Perché ha capito che aveva di fronte delle persone competenti, pronte ad assumersi il rischio di fare innovazione e fare impresa partendo da un esperimento su piccola scala. Se ci pensa, il nostro è uno dei pochi casi di innovazione al contrario: sentiamo spesso parlare di prototipi realizzati in Italia, nel mondo industriale e della ricerca, che vanno oltre confine per essere acquisiti da grandi multinazionali. Nel nostro caso, una startup italiana è diventata licenziataria di una tecnologia sviluppata all’estero e che è stata ulteriormente implementata, grazie alle competenze di istituti di ricerca sul territorio. È un percorso che ci fa onore e che ci è valso importanti riconoscimenti finanziari: 2 milioni di euro dalla Comunità europea con Horizon 2020 e 3 milioni di euro dalla Provincia di Trento, dove ha sede Green Energy Storage. Quello che non è mai mancato al nostro progetto è stato proprio il supporto del pubblico, piuttosto che degli investitori: per loro eravamo ancora troppo piccoli o in una fase di early stage».

Nuovi materiali, nuove batterie

Qual è il valore aggiunto del vostro prodotto e il cambiamento che porta rispetto alle batterie a flusso già esistenti?
«Le batterie maggiormente usate ad oggi, anche nel settore automotive – vedi Tesla PowerWall -, sono quelle al litio: garantiscono un’alta densità di energia ma sono inquinanti, difficili da smaltire e molto costose. Parlare, in questo caso, di energia green se poi è prodotta da pile che inquinano per immagazzinarla, sembrerebbe una contraddizione. Il litio, inoltre, è diffuso in sud America e in Bolivia e, quando diventerà il nuovo petrolio, il prezzo potrebbe salire vertiginosamente proprio perché questi due paesi ne hanno quasi l’esclusiva. Le batterie a flusso non sono un’invenzione recente: a differenza delle batterie al lito, la parte di energia e quella di potenza sono separate e l’energia viene accumulata in serbatoi attraverso elettroliti in forma liquida. Questo consente di far funzionare la batteria a temperatura ambiente, evitando problemi di surriscaldamento e di avere applicazioni modulari e scalabili: più grande è il serbatoio, maggiore sarà l’energia erogabile. Fino ad oggi però le batterie a flusso funzionavano grazie all’impiego del vanadio, un materiale molto costoso e altamente inquinante. La vera rivoluzione portata da Green Energy Storage è quindi rappresentata dalla sostituzione del vanadio con il chinone, una molecola organica che consente di ridurre in modo significativo l’impatto ambientale e i costi di produzione e di garantire una densità maggiore di energia».

Tecnologia affidabile e non costosa

Qual è il mercato di Green Energy Storage?
«A dicembre 2016 abbiamo lanciato il primo prototipo di una grossa pila funzionante da 2,5 kilowatt di potenza, pari a 10 kilowattora, con un’autonomia di 4 o 5 ore e per uso domestico. Nel frattempo abbiamo stretto alcune partnership con grandi aziende di fornitura dell’energia, tra cui Sorgenia, anche per effettuare dei test che ci aiutino a stressare il nostro prodotto e a migliorarlo. L’obiettivo è essere sul mercato l’anno prossimo, con batterie a flusso da utilizzare sia in casa, sia nelle industrie ma anche nei grandi campi fotovoltaici, e che garantiscano una tecnologia all’avanguardia, affidabile ma non costosa».

Il successo su Mamacrowd

Perché avete lanciato una campagna di equity su Mamacrowd e come spiega l’overfunding?
«L’idea è nata tra i più giovani del team, come possibile strategia per far conoscere Green Energy Storage in Italia e per chiudere un round di finanziamento, stimato in massimo 500 mila euro, che ci consentisse di sviluppare la parte hardware e software del prodotto, integrando dei sistemi di intelligenza artificiale. Nel giro di poche ore dall’apertura della campagna su Mamacrowd, abbiamo raggiunto e oltrepassato il milione di euro ed è stato un risultato che ci ha riempito di orgoglio e che abbiamo interpretato come una grande voglia di riscossa del nostro paese nel fare innovazione, in un settore così promettente. Stiamo capendo come coinvolgere, e non solo dal punto di vista legale, i nostri investitori e pensando a un secondo round di investimento con un valore maggiore che ci aiuti a internazionalizzare il nostro progetto, portandolo fuori dall’Europa e in particolare negli Stati Uniti, anche attraverso l’acquisizione di altre società».