A Trieste c’è un robot che dipinge il mare. Baskerbot e l’arte algoritmica

Baskerbot ha tenuto banco di fronte a decine di persone mentre spennellava l’azzurro del mare, i contorni di un palazzo, le morbide vele di una barca. Perché un robot e non la mano umana? “Il nostro obiettivo non è tecnologico ma artistico”

Senza cadere nello stereotipo dello scienziato folgorato dall’Eureka!, che arriva dopo lunghe giornate in laboratorio, non si può negare che spesso i ricercatori rimangono stupiti dai propri risultati. Anche i matematici, di fronte ai loro stessi algoritmi.

Questa fascinazione è stata il cuore di un incontro a Trieste Next, festival dedicato a scienza e tecnologia, dove Paolo Gallina ed Eric Medvet, entrambi docenti dell’Università di Trieste, hanno parlato di tecnologia e di arte. Ma soprattutto, di cosa succede quando al posto del pennello lo strumento in mano all’artista è… un robot.

Baskerbot, il robot che dipinge il mare

Il tema è delicato: per la natura soggettiva dell’arte – che rende difficile definirla – ma anche per un nostro meccanismo di auto-difesa. Vedere un automa che dipinge ci fa sentire meno unici, come se anche la creatività ci venisse strappata via. Eppure, proprio a Trieste, vive un robot che dipinge eccome: è Baskerbot (da basker, la parola inglese per l’artista di strada) e ha tenuto banco di fronte a decine di persone mentre spennellava l’azzurro del mare, i contorni di un palazzo, le morbide vele di una barca.

Perché un robot e non la mano umana? “Il nostro obiettivo non è tecnologico ma artistico”, racconta a StartupItalia! Paolo Gallina, docente di Meccanica applicata, mentre Baskerbot intinge il pennello e prosegue indisturbato nella sua opera. “Sappiamo bene cosa non vogliamo: ricreare una stampante. Sarebbe semplice scegliere un’immagine digitale e una tavolozza di colori, per farla riprodurre dal robot. Ma sarebbe marketing scientifico e non arte; a noi interessa interagire con il robot e fare in modo che sia il nostro strumento”.

Il risultato è che non ci saranno mai due dipinti uguali tra loro e il robot avrà creato un suo linguaggio, una sintassi artistica. Una volta lanciati, gli algoritmi che lo guidano prendono una direzione nota ma “strada facendo emergono delle peculiarità. Se ci piacciono le scegliamo, come un artista che fa bozzetti e sperimentando crea uno stile. Cresce”.

L’arte algoritmica

L’arte di Baskerbot (qui a sinistra lo vedete all’opera) si inserisce sul filone dell’arte algoritmica, il cui cuore è proprio l’algoritmo. Un esempio sono gli automi cellulari, racconta Gallina, delle regole matematiche molto semplici nelle quali un intorno reagisce con altri intorni regolati dalla stessa regola matematica.

Cos’è un intorno? “Quadratini. Immaginiamo di suddividere un’area in quadratini e avere una regola tale che se il quadratino a destra e quello a sinistra sono neri, anche quello tra i due lo diventa. Si lanciano dei semi-quadratini neri e si fa partire l’algoritmo. Guardandolo succedere si ha l’impressione che l’immagine prenda vita: è il potere degli algoritmi”.

Come definire tuttavia se qualcosa è arte? Gallina non ha dubbi. “Pensiamo ai graffiti rupestri di migliaia di anni fa, dipinti con il guano. Uno strumento rudimentale, ma che ha permesso di fare arte. O ancora la Cueva de las Manos [Caverna delle mani], dove molte persone hanno posato le mani sulle pareti della grotta per spruzzarvi sopra pigmenti, forse con la bocca, in una specie di stencil ante-litteram”. Allora era innovazione, oggi è normalità.

In ogni epoca storica l’essere umano ha preso gli strumenti a disposizione e li ha sfruttati a proprio vantaggio, artisti compresi. Il viennese Alex Kiesling, con il suo progetto Long Distance Art, ha dipinto un quadro a Vienne mentre due bracci robotici ricalcavano i suoi movimenti e creavano la stessa opera a Londra e a Berlino, contemporaneamente. La stessa Google, con il suo Deepdreamgenerator, “nutre” la rete con opere di vario genere e le permette di ragionare. Creando arte visiva basata sul deep learning.

“Pensiamo all’artista Jean Tinguely, che si è servito di robot rudimentali, sì, ma pur sempre robot. L’opera d’arte era l’installazione stessa e i risultati erano un pretesto per mostrare la macchina in azione, per interagirvi. O ancora il robot AARON di Harold Cohen, pioniere di questo campo per il quale il robot era proprio uno strumento di lavoro” e le cui opere sono finite alla Tate Gallery di Londra. “Facciamo anche un parallelo con la stampa”, prosegue Gallina, “l’opera d’arte è la lastra di rame o zinco e non la stampa in sé, tanto è vero che spesso la fa un tecnico e non l’artista. La nostra lastra è l’algoritmo e il risultato viene tradotto dal robot che dipinge”.

Il movimento del robot è altrettanto importante, come lo è vedere i segni di una pennellata sulla tela dipinta da un artista umano. “Attraverso la risonanza magnetica è stato dimostrato che quando una persona percepisce la gestualità dietro alla stesa del colore, i neuroni legati alla corteccia motoria si attivano e aumenta l’apprezzamento dell’opera, nel cervello viene sollecitata l’area del piacere”, racconta Gallina.

I robot dunque ruberanno il lavoro agli artisti? No, perché l’autonomia è davvero minima e molto meno di quella che immaginiamo guardando Baskerbot al lavoro. Secondo Gallina, non più del 5%. “Il resto è controllo. Perché l’algoritmo è controllo. Che un robot possa fare arte in modo autonomo e continuando ad affascinarci, senza la collaborazione di chi lo opera, ora come ora mi sembra quasi impossibile. Comprendo il timore che la tecnologia finisca per fagocitarci, ma anche la necessità di cercare cose nuove. D’altronde i dipinti del robot sono risultati che manualmente non avrei potuto raggiungere, senza la sua potenza tecnologica e la casualità del suo operato. Questa arte? È una collaborazione, un’interazione tra noi e lui”.

@Eleonoraseeing