Un robot come mediatore nel trattamento dei disturbi dello spettro autistico

L'interazione robot-mediata è uno degli approcci più interessanti nel trattamento dei disturbi dello spettro autistico. Ora a Bari nasce un nuovo progetto, coordinato dall'ENEA

«L’autismo si presenta in vari gradi. Circa metà delle persone affette non imparerà a parlare e non andrà a lavorare nella Silicon Valley, per loro non sarebbe una cosa ragionevole. Ma poi ci sono quei bambini intelligenti, geeky, che hanno un pizzico di autismo, ed è lì che si deve lavorare per entusiasmarli, facendogli fare cose interessanti. Le mie interazioni sociali sono state il frutto della condivisione di interessi. Andavo a cavallo con gli altri bambini, facevo modellini di razzi e laboratori di elettronica con loro. Negli anni ’60 questo voleva dire incollare specchietti ad una membrana di gomma su un altoparlante per fare uno spettacolo di luci. Per noi era una cosa…una cosa fighissima!».

Il robot NAO, "co-terapeuta" nell'interazione robot-mediata con i bambini con disturbi dello spettro autistico

© ENEA

L’interazione robot-mediata

A riguardare il TED Talk di Temple Grandin (2010), oggi professoressa alla Colorado State University, queste parole continuano a colpire per la semplicità e la chiarezza con cui abbracciano i disturbi dello spettro autistico. Disturbi che oggi riguardano un bambino ogni 160 e che portano i professionisti della salute e le famiglie a cercare continuamente nuovi approcci, nuovi metodi per avvicinare i piccoli pazienti e portarli a interagire in modi adatti a loro. Nelle parole di Temple, entusiasmarli e interessarli. Uno di questi nuovi approcci è l’interazione robot-mediata, che prima accanto al bambino e poi tra il bambino e il terapeuta (o la famiglia), si serve di un mediatore unico nel suo genere per la capacità di attraversare le difese emotive: il robot.

Robotica e neuropsichiatria infantile

In Italia vari gruppi di ricerca sono al lavoro per far incontrare nel modo più efficace la robotica e la neuropsichiatria infantile. «È noto che i bambini con disturbi dello spettro autistico interagiscono in modo anche molto intenso con i sistemi automatici, penso soprattutto a computer e tablet», racconta a StartupItalia! Claudio Moriconi, responsabile dell’Unità Tecnica Tecnologie avanzate per l’Energia e per l’Industria all’ENEA. In particolare, questi strumenti sono prevedibili, il che li rende preziosi per coinvolgere i bambini autistici, ma anche gli adulti. «Questo potenziale ha fatto venire in mente ai neuropsichiatri la possibilità di usare uno strumento dotato di una gamma di capacità di interazione più ampia e che può essere guidato in modo più flessibile rispetto a un computer», prosegue Moriconi.

Le caratteristiche di NAO

La forma umanoide dei robot impiegati, come il famoso NAO di Aldebaran Robotics, è un aspetto cruciale: bambini che normalmente hanno difficoltà a interagire con un terapeuta possono averne meno di fronte a un oggetto che sanno non essere animato, ma che reagisce alle interazioni come se lo fosse. Un volto che è difficile non definire espressivo, due gambe, due braccia, movimenti simili ai nostri. NAO sembra umano, ma non lo è. Questo può rilassare e mettere più a suo agio un bambino con un disturbo dello spettro autistico, rendendogli meno spaventosa l’interazione.

Le sperimentazioni

Nel Regno Unito è in corso un trial clinico per portare un robot umanoide chiamato Kaspar (che ha già “lavorato” con quasi 200 bambini) negli ospedali di tutto il paese. L’Università di Portsmouth coordina invece il progetto europeo DREAM, basato proprio su una versione di NAO, con l’obiettivo di rendere i robot sempre più autonomi, capaci di raccogliere dati clinici durante la terapia (espressioni del volto, gestualità…) e di interagire riducendo l’intervento del neuropsichiatra, in modo da lasciarlo libero di concentrarsi sul piccolo paziente. Lo step successivo di DREAM sarà confrontare due gruppi di bambini con disturbi dello spettro autistico che abbiano ricevuto l’uno un trattamento classico e l’altro uno robot-mediato, in modo da stabilirne l’efficacia.

NAO non è umano ma ricorda un umano. Questa caratteristica è fondamentale per facilitare l'interazione da parte dei bambini con DSA.

© ENEA

Il progetto di ENEA a Bari

L’ENEA ha appena avviato una collaborazione con il centro polivalente per disabili Pesci Rossi di Triggiano, in provincia di Bari, per seguire questo filone di ricerca e passare alla pratica. Il mediatore sarà proprio un NAO, in una versione specializzata per il compito. «La specializzazione riguarda l’intelligenza di bordo», spiega Andrea Zanela del Laboratorio Intelligenza Distribuita e Robotica per l’Ambiente e la Persona dell’ENEA. «La piattaforma di partenza è quella commerciale e noi ci occupiamo di sviluppare i comportamenti intelligenti da metterci sopra. Non si tratta di accessori ma di un robot che può fare cose che prima non poteva fare».

Lavorare sull’intelligenza condivisa

Le attività di NAO al centro Pesci Rossi sono in via di definizione, mentre gli esperti in robotica si confrontano con i professionisti della salute. «La nostra idea è lavorare sull’intelligenza condivisa, ad esempio facendo indicare al robot un oggetto, come una macchinina telecomandata, in modo da attirare anche lo sguardo del bambino», racconta Zanela. A quel punto si passa ai processi imitativi: il robot compie alcune mosse, simula una rana che salta oppure il volo di un aereo, tutto accompagnato da suoni, e il bambino dovrebbe cercare di imitarli.

Attenzione allo stato emotivo

Lo step successivo prende il nome di interazione triadica: non ci sono più solamente bambino e robot, ma quest’ultimo fa da intermediario tra il bambino e una terza persona come il terapeuta o un familiare. Incoraggiando un’interazione costruttiva. «Lo spettro autistico è estremamente vasto e ogni bambino ha le sue caratteristiche, i suoi processi unici. Adatteremo il comportamento del robot a ciascuno di loro, a ogni stato emotivo. Il che significa cambiare non solo di bambino in bambino, ma anche da un giorno all’altro per lo stesso bambino», dice Zanela. «La nostra speranza è che attraverso l’utilizzo di NAO, che anche per aspetto e dimensioni si rapporta bene a un bambino di età compresa tra i 5 e i 9 anni, si riesca a dare una svolta importante al trattamento dei disturbi dello spettro autistico», conclude Moriconi.