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Giu 2, 2018

In Italia scoperto il fossile di lucertola più antico del mondo

L'antico fossile di Megachirella è stato trovato in Alto Adige, sulle Dolomiti, e risale a 240 milioni di anni fa, addirittura 75 milioni di anni prima di quanto ipotizzato finora. Il fossile è stato studiato con nuove tecnologie: quello che si è scoperto è una pietra miliare per i paleontologi.

I paleontologi del Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Università dell’Alberta (Canada) hanno identificato il più antico fossile di lucertola del mondo, fornendo informazioni chiave sull’evoluzione delle lucertole e dei serpenti moderni.

I resti, risalenti a 240 milioni di anni fa, erano stati ritrovati ventanni fa sulle Dolomiti e appartengono alla Megachirella wachtleri.  Le informazioni su questo piccolo essere sono state ottenute tramite tecniche di ricostruzione tridimensionale (3D) e analisi delle sequenze di DNA dei rettili attuali. I risultati suggeriscono che l’origine degli organismi con le squame, come lucertole e serpenti, risale ad almeno a 250 milioni di anni fa: più o meno quando si verificò il più drammatico evento per la vita del pianeta, l’estinzione del Permiano-Triassico.

Spiega Tiago Simoes dell’Università di Alberta, tra gli autori dello studio pubblicato su Nature: “L’esemplare è di 75 milioni di anni più vecchio di quelle che pensavamo fossero le più antiche lucertole fossili al mondo e fornisce informazioni preziose per comprendere l’evoluzione di tutti gli squamati, viventi ed estinti”.

 

 

La Megachirella wachtleri

 

 

Per comprendere meglio l’anatomia della Megachirella e l’evoluzione di lucertole e serpenti, Simões e il suo supervisore, il paleontologo Michael Caldwell, hanno assemblato il più grande set di rettili mai creato, utilizzando fossili e esemplari viventi di oltre 130 lucertole e serpenti di in tutto il mondo, raccolti in quattro anni.

I dati includevano scansioni TC (tomografia computerizzata), fotografie e analisi del DNA raccolte da Simoes e Caldwell, piuttosto che fare affidamento solo sulla letteratura esistente. I ricercatori hanno combinato i dati con le scansioni TC ottenute presso le strutture ICTP-Elettra di Trieste, rivelando che Megachirella era in realtà il più antico squamato conosciuto.

L’analisi dei fossili è stata messa a confronto con quella dei rettili viventi e suggerisce che l’origine delle specie che vediamo oggi potrebbe essere ancora più antica.

“L’esemplare è 75 milioni di anni più vecchio rispetto a quanto pensavamo che fossero le più antiche lucertole fossili del mondo intero”, ha dichiarato Tiago Simões, autore principale e dottorando del Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Università dell’Alberta. “Questa scoperta fornisce preziose informazioni sull’evoluzione degli squamati sia viventi che estinti”. “I fossili sono la nostra unica finestra precisa sull’antico passato” ha spiegato Caldwell, coautore dello studio.

 

Lo studio con la Microtomografia

 

 

Massimo Bernardi, del MUSE (il Museo delle Scienze di Trento) dichiara: «Questo piccolo rettile, che credo possa a buon titolo essere considerato tra i più importanti resti fossili mai rinvenuti nel nostro Paese, sarà da oggi un riferimento per i paleontologi e per tutti coloro i quali studieranno o racconteranno l’evoluzione dei rettili. Il Megachirella è una sorta di stele di rosetta, una chiave per la comprensione di una vicenda evolutiva che ha condizionato per sempre la storia della vita su questo pianeta».

Lo studio è stato condotto al Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam, in collaborazione con Elettra Sincrotrone Trieste, utilizzando la microtomografia computerizzata a raggi X (microCT). Questa tecnologia ricorda da vicino i sistemi TAC ospedalieri, ma permette di ottenere dettagli di gran lunga più definiti e di produrre un modello 3D virtuale delle parti esterne e interne dei campioni analizzati ad altissima risoluzione.

“Quando abbiamo visto i risultati ci siamo resi conto di essere i primi, dopo milioni di anni, a poter osservare la “faccia” della Megachirella, ossia quella inglobata nella roccia”, spiega Federico Bernardini, uno dei ricercatori.

 

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