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Giu 13, 2018

Perché l’Europa si prepara a multare Google per Android

Una questione legata al mercato degli smartphone e delle app. Che potrebbe avere conseguenze dirette per i clienti (europei e non) e i loro cellulari

La notizia, rilanciata dal Financial Times, non è una novità assoluta: l’Unione Europea si prepara a multare Google per abuso di posizione dominante in relazione al mercato di sistemi operativi per smartphone. La multa potrebbe raggiungere una cifra record, superando i 10 miliardi di euro. Un procedimento iniziato ormai anni addietro (correva il 2015), sulla sporta di segnalazioni arrivate alla Commissione di Bruxelles da parte di un nome che risulterà poco familiare ai più: FairSearch.

FairSearch è una strana creatura, frutto di un’alleanza tra diversi soggetti che si sono ritrovati per la prima volta tutti assieme ormai quasi 10 anni fa. Di fatto si tratta di piccoli e grandi concorrenti di Mountain View, che si sono riuniti per portare avanti una linea comune e non essere schiacciati dalla potenza di Google. Da loro è partita almeno una delle segnalazioni che ha fatto iniziare l’istruttoria europea, che ora si avvia all’epilogo.

Questione di percentuali

Quanto vale la fetta di mercato di Android in Europa? Quanto quella dei suoi concorrenti? Molto dipende anche da come si calcolano queste cifre: a seconda se si valutano le vendite o le attivazioni ballano un po’ di punti percentuali, così come alcune oscillazioni fisiologiche si registrano in occasione dell’uscita di un nuovo device. In linea di massima comunque nei principali mercati europei parliamo di cifre che si assestano tra il 70 e il 90 per cento a favore di Android, e il restante 10-30 per cento che va ad Apple con iOS. Windows, Blackberry, Firefox OS, Tizen e compagnia sono ormai spariti dalla circolazione.

IDC: Smartphone OS Market Share Chart

Vista così potremmo tranquillamente affermare che Android è un sovrano incontrastato. Diverso se invece si guarda altre regioni: negli USA, in Australia o in Giappone, c’è una sostanziale parità nelle vendite tra dispositivi Android e iOS, e lo stesso vale anche in una nazione a noi più vicina come la Gran Bretagna. Insomma, anche questo principio si presta a interpretazione: tanto più che ogni dispositivo iOS è Apple, mentre Android viene installato da decine di marchi diversi. Ci sarebbe poi da aprire un capitolo dedicato al volume d’affari generato dai marketplace: in linea di massima si fanno più soldi su App Store che su Play, per ragioni complesse ma legate alla storia della piattaforma.

Secondo le stime ufficiali della Commissione, comunque, Android ha una market share superiore al 90 per cento nella maggioranza dei Paesi dell’Unione. Inoltre, il 90 per cento dei download che avvengono in Europa da un marketplace avviene secondo Bruxelles attraverso Play Store. Cifre che tutto sommato potrebbero anche rispecchiare la realtà del Vecchio Continente. Google naturalmente spinge per una interpretazione diversa: quello degli smartphone è un mercato globale e va preso in considerazione come tale. Ci sono posti al mondo, come la Cina, dove la percentuale di dispositivi che adottano Android Market come fonte per le app è una minoranza.

Un problema di interpretazione

La faccenda riguarda quindi da dove arrivano i download? Neppure. La vera questione, quella su cui la Commissione si appresta a deliberare, è l’impostazione con cui Android viene concesso in licenza ai produttori di smartphone. Cerchiamo di spiegare come funziona.

 

Come i più sanno, di base Android è un sistema operativo open source. Questo significa che viene rilasciato assieme ai suoi sorgenti, ma da solo non basta a far funzionare uno smartphone: quello che ricade sotto la sigla AOSP (Android Open Source Project) è più uno scheletro su cui costruire un prodotto finito: bisogna implementare i driver per l’hardware, bisogna dotare il telefono di un meccanismo per scaricare e installare app (software senza il quale oggi è impensabile usare uno smartphone).

Google ha quindi previsto diverse modalità con il quale offre Android agli OEM, sempre con una formula gratuita il cui unico costo (nascosto, secondo qualcuno) è quello necessario a provvedere alla certificazione del rispetto della licenza mediante un laboratorio terzo. Scegliendo una licenza di un certo tipo, e offrendo alcune garanzie di compatibilità, si ottiene accesso al Play Store: le motivazioni dietro la scelta di Google di porre delle condizioni sono legate soprattutto alla volontà di garantire gli utenti finali contro la frammentazione (c’è pure una associazione chiamata Open Handset Alliance e un accordo quadro chiamato AFA: Anti Fragmentation Agreement), offrire cioè un’esperienza d’uso coerente e una piattaforma omogenea. Ci sarebbe anche il capitolo Android One, ma quello non aggiunge o toglie nulla in questo caso.

 

Il problema è che con queste (buone?) intenzioni è arrivata anche un’altra scelta: quella di includere una serie di app (tra cui il browser Chrome e altre) a bordo di tutti gli smartphone Android. Se ci pensate, niente di diverso da quanto non faccia Apple con iOS, di quanto faceva Microsoft su Windows Mobile (quando ancora c’erano i telefonini Windows), o di quanto succede comunemente sui sistemi operativi per PC. Con una differenza fondamentale però rispetto al caso Windows, che pure è approdato in Commissione ed è costato una procedura d’infrazione per Microsoft: Android è stato fino a oggi un OS completamente gratuito.

Cosa succederà se Google sarà giudicata colpevole

Android è quindi una piattaforma (quasi) chiavi in mano che gli OEM possono installare sui propri smartphone: per completarne la dotazione, Google chiede di firmare uno specifico accordo (MADA: Mobile App Distribution Agreement) che viene siglato device per device e prevede una serie di condizioni. Si tratta di un accordo privato e riservato, ma ce ne sono diverse versioni filtrate online negli anni (qui almeno un paio, anzi tre, e pure una riflessione sull’argomento) che descrivono minuziosamente tutta una serie di condizioni che vanno rispettate.

 

Nell’accordo ci sono clausole relative a quali app vanno installate, a come devono essere collocate nella schermata iniziale e così via. Nel corso degli anni Google ha anche ridotto le richieste, togliendo dal pacchetto alcune app che venivano giudicate non più indispensabili. Ma, come avrà notato qualcuno, di fatto ci sono app che possono essere disattivate ma non possono essere rimosse dal proprio smartphone.

Se a Bruxelles decideranno di punire Google per questa condotta, oltre a una multa salata ci potrebbero essere richieste specifiche per cambiare l’impostazione di Android e come viene installato sui device. Pensate a quanto era successo con Internet Explorer, Windows e il Ballot Screen (la schermata di scelta che per un po’ ha fatto capolino sul sistema operativo desktop, e permetteva di scegliere di installare un altro browser). L’Europa potrebbe anche imporre a Google di cambiare drasticamente le modalità di licenza del software: ma questa è una mossa che avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre i confini del Vecchio Continente.

 

Il modello di business su cui si basa Android è ovviamente l’introito indotto dall’utilizzo dei servizi Google sulla piattaforma: usare Gmail, Gapps, Gmaps e tutta l’altra pletora di app della galassia con la G permette di guadagnare sulla concessione in licenza d’uso gratuita del sistema operativo. Non è un mistero, da sempre il modello di business di Google è lo stesso ad esempio per il search grazie alle inserzioni presenti nella pagina dei risultati.

 

Quello che potrebbe succedere a quel punto è che Google decida di ripensare in modo drastico le licenze d’uso di Android, per tutti. Eventualmente anche facendole diventare a pagamento: un costo che, in un modo o nell’altro, si rifletterebbe sul prezzo finale degli smartphone. Anche per questo da tempo ci sono grandi player del settore (Samsung e Huawei, tanto per fare due nomi) che lavorano a possibili piattaforme alternative: Tizen è già presente sul mercato con un paio di terminali trascurabili, il resto per il momento viaggia ancora sotto traccia.

La possibile conclusione

Non sappiamo ancora come finirà questa vicenda, anche se le anticipazioni puntano su una condanna per Google. Il punto è che, dopo qualche anno di euforia, il mercato si è assestato su un duopolio formato da iOS e Android, e tutto sommato sta funzionando piuttosto bene: Apple va per la sua strada, i vari OEM si danno battaglia per spartirsi il resto del mercato.

Le analogie rispetto al mondo PC funzionano fino a un certo punto: Windows non aveva (fino a qualche anno fa) un marketplace a bordo. Uno smartphone consente di scaricare istantaneamente qualsiasi app da Play Store (anzi spesso i produttori stringono accordi per installare del software: succede ad esempio che sui Samsung Galaxy e Note ci sia installato di serie Office di Microsft). Soprattutto, nonostante alcuni limiti tecnici che probabilmente sarebbero superabili, la piattaforma Android non pare indissolubilmente legata ai servizi Google: su Android si può tranquillamente impostare Bing come motore di ricerca, Apple Music come fornitore di musica in streaming, si può fruire dei video di Netflix e così via.

 

Il mondo dell’informatica è cambiato molto in questi anni, nessuno oggi si sente più legato al solo software che c’è a bordo del proprio dispositivo. Una decisione aggressiva dell’Unione Europea finirebbe probabilmente per indebolire, invece che rafforzare, la concorrenza in questo settore: un Android zoppo sarebbe meno appetibile, un Android che Google decida di far pagare farebbe crescere il prezzo degli smartphone. Difficile pensare che un’app-economy, quale è quella che viaggia sugli schermi degli smartphone, risulti davvero penalizzata dall’attuale impostazione di un sistema operativo che è nei fatti una piattaforma aperta su cui costruire la propria offerta.

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