immagine-preview

Lug 3, 2018

Donne nello spazio tra pregiudizi e stereotipi: la storia della fallita missione delle ragazze di Mercury 13

Ripercorriamo la storia che ha restituito il cielo all'"altra metà del cielo"

Le donne non sono mai state la prima scelta per i selezionatori di astronauti

I sovietici hanno lanciato Valentina Tereskova, la prima donna astronauta, nel 1963 (due anni dopo Gagarin). Mentre il lancio del primo uomo nello spazio aveva fatto scalpore negli USA, che si erano sentiti in inferiorità rispetto agli odiati sovietici, il lancio della prima donna era stato giudicato pura propaganda. Forse non avevano tutti i torti, visto che la seconda donna astronauta russa andrà nello spazio 19 anni dopo Valentina.

Tuttavia, in fatto di astronaute, la NASA e la classe politica american avevano una lunga coda di paglia.

Di sicuro, nella selezione dei candidati astronauti NASA nessuno aveva nemmeno lontanamente pensato alla possibilità di considerare anche candidature femminili. In effetti, l’idea di scegliere gli astronauti tra i piloti collaudatori delle varie armi dell’esercito americano aveva automaticamente escluso le donne. Non che mancassero aviatrici capaci ed esperte, semplicemente mancava la volontà di riconoscere e valorizzare le loro capacità.

Come hanno fatto le donne a raggiungere le stelle

Pochi sono al corrente degli sforzi, purtroppo finiti nel nulla, fatti tra il 1960 ed il 1962 da un gruppo di 13 donne piloti che Martha Ackmann descrive nel libro Mercury 13, la vera storia di tredici donne e del sogno di volare nello spazio edizioni Springer. Il titolo fa pensare ai Mercury 7, i primi 7 astronauti americani. Tutto era iniziato dall’incontro casuale di Randy Lovelace, il capo del team medico che esaminava i candidati astronauti, con Jerrie Cobb, un’aviatrice di tutto rispetto. Dopo avere visto il comportamento di tanti uomini, Lovelace si chiedeva come avrebbero reagito le donne davanti alle stesse prove. Lovelace si servì del suo ospedale dove vennero selezionate 13 donne di età inferiore ai 35 anni e con più di 1000 ore di volo.

Bastò un articolo su Life dove si annunciava che delle donne avevano superato gli stessi test degli astronauti per sommergere la NASA di autocandidature alle quali venne risposto “grazie, non ci interessa”. Una delle 13 aviatrici, Jane Hart, era moglie di un senatore democratico (oltre ad essere madre di otto figli) ed ebbe l’idea di tentare la strada della politica. Prima incontrarono il vicepresidente Lyndon Johnson, che non si dimostrò affatto sensibile alle loro istanze, poi ottennero una audizione parlamentare per discutere di possibili discriminazioni messe in atto dalla NASA nella selezione degli astronauti.

Finì con un buco nell’acqua, la Nasa dichiarò semplicemente che aprire alle donne lo spazio non “era una priorità”. Prova ne sia che la Nasa lancerà la sua prima astronauta nel 1983, 20 anni dopo Valentina.

Una storia di ordinario maschilismo che sta uscendo dal dimenticatoio grazie a due documentari proposti da Netflix e da Amazon. Netflix è stato il più veloce ed il documentario è disponibile e questo è il trailer con la testimonianza di indomite aviatrici adesso ottantenni.

 


Ora le donne astronauti non sono più un’eccezione ma rimangono pur sempre una minoranza e la loro presenza si attesta intorno al 10% del totale.

Abbiamo speranze che la percentuale cresca nel prossimo futuro?

A giudicare dallo studio intitolato COMPUTING THE MINIMAL CREW for a multi-generational space journey towards Proxima Centauri b si direbbe proprio di sì. Gli autori si pongono un problema visionario ma non irrealistico.

Sappiamo che intorno alla stella Proxima Cen, l’oggetto celeste più vicino al sistema solare, orbita un pianeta di tipo terrestre e ci chiediamo come sia possibile organizzare una spedizione per andare a visitare questi pianeta potenzialmente abitabile. Benché sia il pianeta a noi più vicino è sempre a 4,2 anni luce e, con la propulsione che conosciamo, facciamo in fretta a calcolare che il viaggio durerebbe 6.000 anni. Poco sulla scala cosmica ma moltissimo sulla scala umana.

La necessità di riprodursi… nello spazio

Si tratta del tempo intercorso dai Sumeri a noi, e richiede di avere una nave spaziale in grado di supportare una comunità di viaggiatori in grado di sopravvivere e riprodursi per molte generazioni. E qui viene il bello, perché la capacità di riproduzione è prerogativa delle donne che vengono così rivalutate anche nel duro mondo dell’astronautica.

Secondo gli autori dello studio, il numero minimo di astronauti necessari per avere delle chance di portare a termine questo viaggio multigenerazionale è 98 persone equamente divisi tra 49 maschi e 49 femmine.

Leggi anche: Strade piene di buche? Niente paura ci pensa il drone a rattopparle

Gli astronauti si devono riprodurre in modo preordinato per poter avere un ricambio generazionale ordinato senza esplosione demografica (la nave spaziale ha pur sempre spazio e risorse limitate) e con una sufficiente diversità genetica. In effetti, gli autori fanno notare che per aumentare le probabilità di successo (e diminuire gli astronauti alla partenza) potrebbero partire un numero superiore di donne con provviste di sperma per aumentare la diversità genetica della prole.

Pur con tutti i caveat del caso, non posso fare a meno di notare che è la prima volta che leggo di un equipaggio a maggioranza femminile e questo consola della triste storia delle 13 donne che avrebbero voluto essere astronauti, se solo fossero state prese sul serio

Rimani sempre aggiornato sui
temi di StartupItalia!
iscriviti alla newsletter