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Lug 8, 2018

Cina, ecco perché a Xi Jinping serve la robot revolution

Pechino ha bisogno di aumentare la propria produttività incrementandone la qualità. E per farlo sta puntando fortissimo sull'automazione. Ecco in che modo

Era il 2014. Xi Jinping spiegò che la Cina aveva bisogno di una “robot revolution”. Sono passati quattro anni ma sembra un secolo fa. Sì, perché nel frattempo Pechino ha fatto passi da gigante. Non solo nella robotica, ma in tutto il settore tecnologico e dell’innovazione, tanto da insidiare la leadership degli Stati Uniti.

Robot impiegati in un ristorante in Cina

Le ambizioni di Xi

Sembra passato un secolo, già. Nel frattempo la figura di Xi Jinping ha acquisito sempre più spessore, tanto da raggiungere lo storico risultato della rimozione del vincolo dei due mandati presidenziali. E alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump, attore protagonista di una guerra commerciale che ha come vero obiettivo la guida del settore tech a livello mondiale. La Cina, protagonista di investimenti record in settori come il riconoscimento facciale e l‘intelligenza artificiale, sta ora cercando di aumentare la propria produttività. Quantitativamente e qualitativamente. Il focus sulle grandi città e sugli hub tecnologici vecchi (vedi Shenzen) e nuovi (la provincia di Guizhou) è ora accompagnata da una crescente attenzione per le aree rurali.

 

Leadership tecnologica

La robotica è un tassello fondamentale nel progetto di innovazione e di leadership tecnologica e, più in prospettiva economica, di Xi Jinping. Secondo le cifre dell’International Federation of Robotics, nel 2016 la Cina ha adottato 87 mila robot industriali. Un numero monstre, se si considera che si tratta di una quantità che si attesta solo poco al di sotto di Europa e Stati Uniti messi insieme. Il focus di Pechino è quello di incoraggiare innovazione, sviluppo, automazione e tecnologia robotica. Per questo le aziende manifatturiere vengono invitate ed esortate a utilizzare robot nella loro linea produttiva.

 

La produzione dell’esercito

Le aziende cinese non stanno solo adottando robot, li stanno anche producendo. Il tutto nell’ambito del piano Made in China 2025, teso appunto ad automatizzare i processi per aumentare produttività e renderla più “smart”. Grazie a fondi locali e statali le compagnie stanno dunque rimpolpando il loro “esercito” robotico, anche a discapito dei dipendenti umani. Foxconn, uno dei maggiori produttori di componenti elettronici per iPhone nonché parte del gruppo taiwanese Hon Hai Precision Industry operante in Cina, ha dichiarato che entro il 2030 vuole raggiungere il 30 percento di automazione nei suoi processi produttivi.

 

Perché i robot convengono

La convenienza dei robot nel settore produttivo è facilmente intuibile: possono svolgere una gamma di funzioni molto vasta e lo possono fare 24 ore su 24 e sette giorni su sette, senza bisogno di vacanze o permessi. E soprattutto non pretendono di essere pagati, tema a cui le aziende sono particolarmente sensibili visto che il salario medio in Cina è cresciuto di due volte e mezzo nel giro di dieci anni. La robotica nel settore produttivo e manifatturiero aumenta efficienza e qualità, riducendo i rischi. L’automazione risponde anche a un’altra necessità dei processi industriali. A livello demografico, infatti, la Cina sta diventando sempre più vecchia. La popolazione attiva, quella tra i 15 e i 64 anni, è di 998 milioni di persone. Una cifra che ha cominciato ad abbassarsi nel 2014, proprio quando Xi ha parlato per la prima volta di “robot revolution”, e che potrebbe scendere a 800 milioni entro il 2050.

 

I campi di applicazione

Ma l’automazione in Cina non è certo confinato ai processi industriali. Ci sono robot impiegati in ristoranti e pub, altri ancora fanno giornalisti e anchormen (o ancorwomen). Altri ancora sono utilizzati negli ospedali. Per non parlare delle applicazioni in campo militare, settore nel quale Pechino sembra già pronta a superare Washington per quanto riguarda le applicazioni dell’intelligenza artificiale. Insomma, stanno conquistando sempre più spazi. Ma questo non significa che il lavoro umano sia destinato a sparire. Gli studenti cinesi sono incoraggiati a seguire programmi di studi inerenti la new economy e sono sempre di più i giovani che adattano il loro curriculum per poter trovare, o addirittura creare, nuove professioni nel nuovo panorama digital del Dragone. La componente umana resta e resterà infatti fondamentale per codificare, monitorare, regolare, mantenere e riparare le macchine, che saranno sempre più demandate al “fare”.

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