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Lug 18, 2018

L’Europa punisce Google per Android, maxi-multa da 4,3 miliardi

Chiusa l'indagine sulle licenze per Gapps e Play Store. Da Mountain View dicono già che faranno appello. Sarà davvero una svolta per il mobile?

Ha vinto la linea dura: l’Unione Europea affibbia a Google una multa record per il settore dell’information tecnology, 4,34 miliardi di euro da pagare visto che l’azienda di Mountain View è stata giudicata colpevole di abuso di posizione dominante nel mondo del mobile e del search. Google, di fatto, dovrà cambiare Android e le sue policy di distribuzione – almeno entro i confini del Vecchio Continente – con modalità che dovranno essere stabilite entro i prossimi 90 giorni. Ma da Alphabet fanno già sapere che sono pronti a presentare appello.

Cosa ha deciso Bruxelles

La decisione della Commissione, anticipata ieri ai vertici di Google, verte su tre pilastri: la posizione dominante di Google, la violazione delle leggi antitrust europee nelle licenze di Android, e infine pratiche ritenute scorrette per impedire la diffusione di versioni alternative di Android (i cosiddetti fork). Tre questioni profondamente intrecciate tra loro, nella interpretazione dell’Europa, che si alimentano a vicenda e costituiscono un circolo vizioso che ha condotto alla decisione di imporre una multa da 4.342.865.000 euro.

 

Cerchiamo di sintetizzare i tre diversi punti. Il primo è relativo alla posizione di Google nel mercato del search, posizione che si è andata consolidando in questi anni secondo Bruxelles anche grazie al contributo di Android. Sul search l’Europa era già intervenuta lo scorso anno, multando la stessa Google per 2,4 miliardi con in ballo la vicenda di Google Shopping e dei comparatori di prezzi nel mercato europeo. Secondo Bruxelles la percentuale di ricerche che passa attraverso Google è superiore al 90 per cento nell’Europa a 31, e questo dominio crea barriere all’ingresso significative per i cosiddetti “new-comer” (ovvero la concorrenza).

Le altre due questioni sono se possibile ancora più legate. Sebbene Android sia un progetto open source, solo la parte essenziale dell’infrastruttura è rilasciata con codice aperto: tutto quanto è relativo alla gestione del Play Store, ovvero il marketplace da cui attingere per le app da installare, è invece coperto da apposite licenze che vengono sottoscritte dai produttori di smartphone caso per caso direttamente con Google. La UE ha stabilito che nel computo del mercato in cui opera Google non vadano considerati iOS di Apple e altri sistemi operativi mobile (come quello Blackberry o Windows Phone) che fanno capo ad altri ecosistemi chiusi che non pongono una diretta concorrenza ad Android stesso.

 

Altro aspetto, infine, è l’approccio seguito da Google relativo alla possibilità di installare Play Store sui fork di Android. Il caso più semplice da citare è FireOS, il sistema sviluppato da Amazon per i suoi tablet: basato su Android, dispone di un markeplace proprietario sviluppato dalla stessa Amazon e non può montare Play Store poiché non ha sottoscritto apposita licenza con Google. Licenza di cui dovrebbe rispettare le clausole: come quella che impone di installare Chrome e altre Gapps sui device, che tuttavia finirebbero per essere in concorrenza con il suo browser Silk, il servizio di storage cloud per le foto di Amazon stessa, Kindle store ecc. Situazioni analoghe si presentano altrove, in mercati come quello cinese o quello russo dove ci sono in commercio dispositivi con sistemi operativi basati su Android ma non facenti parte della confessione ortodossa dell’OS.

Chi ha ragione?

Come detto, l’Europa ha deciso per la linea dura. Restando fedele all’approccio seguito per giudicare Intel e Microsoft in passato, il commissario responsabile del rispetto delle policy di concorrenza Margrethe Vestager ha guidato una vera e propria maratona iniziata nel 2011 che si conclude oggi con questa decisione: “Google ha imposto ai produttori di device Android e agli operatori tre tipi di restrizioni per assicurarsi che il traffico fluisse verso il suo search engine – si legge nella dichiarazione contenuta nel comunicato ufficiale – In questo modo Google ha usato Android come veicolo per consolidare il dominio del suo search. Queste pratiche hanno impedito ai concorrenti di avere l’opportunità di innovare e competere”.

Leggi anche: Perché l’Europa si prepara a multare Google per Android

Un approccio, quello della Commissione, che non ha mancato di suscitare reazioni su entrambe le sponde dell’Atlantico. L’interpretazione offerta dalla UE non necessariamente si tradurrà in un vantaggio per i consumatori, spiegano gli osservatori: Play Store è stato in questi anni un mercato aperto e dinamico, come lo è stato App Store di iOS, che ha garantito miliardi di euro introiti e miliardi di download di app sui terminali di tutto il mondo. L’approccio tenuto da Vestager e dalla Commissione, si sottolinea nei commenti sul caso, più che migliorare potrebbe peggiorare la qualità dei prodotti che finisce nelle mani dei consumatori europei.

 

Di fatto, la conseguenza principale di questa decisione di oggi impone a Google qualcosa di simile a quanto visto (brevemente) sui sistemi operativi Windows: un sistema di scelta almeno del search al primo lancio di Chrome. Pure lo stesso Chrome, tuttavia, rientra nel novero delle app in discussione, quindi nei prossimi 90 giorni gli sherpa di Mountain View dovrebbero negoziare i termini tecnici da seguire per rispettare la decisione della Commissione.

 

Il risultato potrebbe essere un sistema operativo più scarno, con smartphone con a bordo meno app. Secondo la UE è inevitabile che gli utenti si adeguino a quel che trovano di serie sul telefono: se ci sono Chrome, Gmail, Gmaps e Google è impostato come search di default, continueranno a usare questi strumenti senza badare alle possibili alternative. Seguendo questa linea, la Commissione punta a imporre un repulisti dell’interfaccia: niente più app in bundle secondo licenza, smartphone tabula rasa su cui gli utenti potranno scegliere quale browser e quale search utilizzare, diritto per tutti i produttori OEM di installare Play Store senza dover firmare alcuna licenza.

L’idea di Google, invece, in questi anni è stata quella di offrire il più possibile smartphone “chiavi in mano” e con funzioni coerenti. In questo modo si abbatte il costo di passaggio da un modello a un altro, o da un produttore all’altro: l’utente ritrova le sue foto salvate sul cloud, i suoi segnalibri, la sua posta elettronica, le sue app acquistate grazie ai server (comuni) di Google a tutti questi servizi. La creazione di licenze apposite, che impongono un certo numero di app e servizi a bordo, serve proprio a garantire questa esperienza d’uso coerente.

Troppo poco e troppo tardi?

La decisione della Commissione Europea arriva a giochi fatti: Google è senza dubbio il punto di riferimento del mercato del search, il mercato da tempo ha selezionato i suoi due sistemi operativi mobile preferiti incoronando iOS e Android e facendo di fatto sparire gli altri concorrenti. La multa affibbiata a Mountain View, inoltre, sebbene sia di ben 4 miliardi (un record) non intacca in modo significativo un fatturato che supera abbondantemente i 30 miliardi di dollari per trimestre.

 

In un certo senso, l’approccio europeo è proverbiale: chiudere il recinto dopo che i buoi sono scappati. Tutti i rimedi proposti non cambieranno, con tutta probabilità, l’attuale equilibrio del mercato: Android resterà Android, in cima alle preferenze di utenti e produttori in virtù della sua flessibilità, iOS resterà un prodotto legato ad iPhone e a un’esperienza d’uso da walled garden che soddisfa chi è già nell’ecosistema di Cupertino.

C’è il rischio concreto che si complichi la vita, più che migliorarla, al consumatore europeo. Così come ci vorrà del tempo per vedere applicata questa decisione, non certo 90 giorni, visto che molti prodotti in uscita nei prossimi mesi difficilmente potranno incorporare le modifiche effetto di questo pronunciamento. E non solo: “Abbiamo avvertito la Commissione Europea sui potenziale impatto negativo di questa decisione sulla comunità degli sviluppatori – spiega Bruce Gustafson, presidente e CEO di Developers Alliance – I rimedi imposti dalla Commissione rischiano di minare la crescita dell’economia digitale europea”.

 

Da parte sua, Google promette a sua volta battaglia: “Android ha creato più scelta per tutti, non meno – recita la dichiarazione ufficiale fornita alla stampa da un portavoce di Alphabet – Un ecosistema fiorente, innovazione rapida e prezzi più bassi sono le caratteristiche classiche di una forte concorrenza. Faremo appello contro la decisione della Commissione”. Sentiremo parlare di questa faccenda per ancora molti mesi, se non anni.

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