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Ago 18, 2018

Heatwave: come il riscaldamento globale potrebbe distruggere la vita negli oceani

Oceani più caldi significa uragani più devastanti e moltissime specie a rischio. A cominciare dai coralli, indispensabili per l'ecosistema marino

Da anni i climatologi studiano le ondate di calore (heatwave) per capire se e come siano collegate al riscaldamento globale. La risposta alla quale sono arrivati diversi gruppi è univoca. Mentre è difficile ascrivere con sicurezza un singolo evento al cambiamento climatico, è fuori di dubbio che il riscaldamento globale renda gli eventi estremi molto più probabili. Picchi di calore che durano per giorni, così intensi da mettere a repentaglio la salute della parte più debole (e più povera) della popolazione che non si può permettere alcun tipo di refrigerazione, fanno aumentare la mortalità nelle aree colpite. Siccità estrema e prolungata che poi rende le foreste facile preda degli incendi: come abbiamo visto accedere in California, ma anche in Svezia. Piogge torrenziali con inondazioni che devastano il territorio: come sta succedendo in India. Gli eventi estremi purtroppo causano numerose vittime, oltre a ingenti danni economici.

E l’acqua degli oceani? In generale viene studiata nella zona equatoriale pacifica dove si forma El Nino, oppure localmente quando si verifica lo sbiancamento (e spesso la morte) dei coralli, come avvenuto negli anni scorsi lungo la barriera corallina australiana, oppure la proliferazione di alghe tossiche, come sta succedendo in Florida dove è stato dichiarato lo stato di emergenza. L’acqua decisamente più calda del solito è un pericolo per l’ecosistema marino e ha effetti negativi sulla pesca perché le acque più ricche di nutrienti, quindi più pescose, sono quelle fredde.

I dati a nostra disposizione

Per avere idea della frequenza delle ondate di calore marine a livello globale sono stati usati i dati raccolti dai satelliti di osservazione della Terra che hanno misurato la temperatura superficiale degli oceani nel periodo 1982-2016. I risultati sono in linea con quello che succede sulla terraferma. I giorni interessati dalle ondate di calore sono raddoppiati nel periodo in questione e gli episodi sono più lunghi, più intensi e coprono regioni più estese.

 

Le zone di acqua insolitamente calda possono coprire migliaia di chilometri quadrati e possono durare mesi come è stato nel caso del blob caldo (6° più del normale) registrato nel Pacifico nordorientale, che ha favorito la proliferazione di alghe tossiche che hanno ucciso le otarie in California e i leoni marini in Alaska e ha sconvolto la pesca sulla costa pacifica americana nel 2014-2015. Lo studio dice che la frequenza di queste ondate di calore è ben superiore a quello che ci si potrebbe aspettare sulla base delle naturali oscillazioni della temperatura: e conclude che 87% delle ondate di caldo oceanico sono il risultato del riscaldamento globale prodotto dall’uomo.

Molto probabilmente un oceano mediamente più caldo amplifica le variazioni naturali di temperatura causando le ondate di calore. Forse è il campanello d’allarme che ci sta dicendo che il riscaldamento globale sta cambiando i cicli oceanici, influendo sulla probabilità che si verifichino eventi di riscaldamento estremo.

Cosa aspettarci

Le proiezioni per il future non sono incoraggianti.  Se la temperatura sul nostro pianeta continuerà a salire le ondate di calore marine diventeranno sempre più frequenti, più lunghe e più calde. Le stime sono state fatte nel caso l’aumento della temperatura nel 2100 sia limitato a 2°, come richiesto dal protocollo di Parigi, oppure arrivi a +3,5°, come potrebbe essere se non si riesce a limitare l’emissione dei gas serra.

 

Il numero dei giorni caratterizzati da marine heatwaves aumenterà dai 33 attuali a 84 nel caso la temperatura salisse di 2°,  mentre diventerebbero 150 nel caso peggiore. Anche la durata delle ondate è destinata a crescere dai 25 giorni attuali a 55, oppure a 112 giorni, nei due casi considerati. Di pari passo, crescerà l’area coperta dalle acque troppo calde è già 3 volte più estesa di quanto fosse nel 1982. Per questo parametro l’aumento sarà di un fattore 9, fino a salire a 21 nello scenario peggiore.

Oltre ad avere effetti importanti sul clima (un oceano più caldo causa uragani più intensi e devastanti), questo causerà stress all’ecosistema marino che potrebbe essere spinto oltre al limite della resilienza: causando cambiamenti irreversibili. Fino ad ora, per esempio, le barriere coralline sono riuscite a superare le crisi dello sbiancamento dovuto ad acque troppo calde: se gli episodi si dovessero ripetere con frequenza troppo alta, non ce la farebbero.  E la non sopravvivenza delle barriere coralline sarebbe un vero disastro: benché coprano solo 1% dell’oceano, ospitano il 25% delle specie marine.

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