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Ott 29, 2015

Ripulire gli oceani dal mercurio? Sì, con bucce d’arancia e zolfo

Alla Flinders University di Adelaide, in Australia, un gruppo di giovani ricercatori ha inventato un materiale che assorbe il mercurio dall’acqua. Si tratta di un polimero speciale creato dagli scarti dell’industria petrolifera e dagli agrumi.

Alla Flinders University di Adelaide, in Australia, un gruppo di giovani ricercatori guidati da Justin Chalker ha inventato un materiale che assorbe il mercurio dall’acqua. È un polimero creato a partire dagli scarti dell’industria petrolifera e da quella degli agrumi: sottoprodotti della lavorazione del greggio e delle arance, dei limoni, che normalmente andrebbero smaltiti (anche in Italia ne sappiamo qualcosa) e che trovano invece una seconda vita. Ripulendo gli oceani e l’acqua con la quale veniamo a contatto ogni giorno.

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L’inquinamento da mercurio

In base agli ultimi studi oceanografici, negli oceani del nostro pianeta c’è una quantità di inquinamento da mercurio che si aggira tra le 60.000 e le 80.000 tonnellate. Nelle acque di superficie (meno di 100 metri) la concentrazione è triplicata a partire dalla Rivoluzione Industriale e nel prossimo futuro gli esperti si aspettano di vederla aumentare ancora.

Nei prossimi 50 anni è probabile che vedremo arrivare negli oceani la stessa quantità di mercurio che -in base agli ultimi monitoraggi- ne aveva richiesti 150

Lo spiega Carl Lamborg, chimico WHOI (Woods Hole Oceanographic Institution) che ha guidato l’ultima grande valutazione condotta sul tema e pubblicata sulla rivista Nature. Il mercurio che ogni giorno immettiamo nell’ambiente arriva dalle attività industriali, da quelle minerarie, dal riscaldamento delle nostre abitazioni e dalle centrali elettriche: una volta nell’ambiente viene trasformato in metilmercurio, la forma prevalente nel pesce e nei frutti di mare che consumiamo abitualmente, particolarmente dannosa -secondo le valutazioni EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare- per il sistema nervoso in via di sviluppo, cervello compreso.

Con prospettive simili, la necessità di una soluzione efficace ed economicamente sostenibile si fa sempre più urgente. Chalker e i colleghi sperano di averla trovata. Ogni anno, spiegano, l’industria petrolifera produce con la raffinazione degli idrocarburi oltre 60 tonnellate di scarti in zolfo. Altrettanto è il sottoprodotto dell’industria degli agrumi in limonene, un idrocarburo presente nelle bucce di arance e limoni e principale responsabile del loro odore caratteristico.

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Come agisce il polimero

Quando entra in contatto con il mercurio, il polimero cambia colore grazie a una reazione chimica e diventa giallo. Il che lo rende anche un ottimo rilevatore dell’inquinamento nelle aree in cui si sospetta la presenza di metalli pesanti. La prospettiva più allettante, spiega Chalker, è proprio che oltre a essere efficace sfrutta materie di scarto a basso costo, che possono essere stoccate facilmente e sostituite una volta “piene” di mercurio.

Le applicazioni del polimero sono numerose: non solo potrebbe svolgere un ruolo chiave nel trattamento di acque contaminate, ma diventare (sotto forma di rivestimento) un’ulteriore protezione in tubature per il consumo di acqua domestico e per la purificazione delle acque reflue. Fortunatamente è facile da sintetizzare anche su ampia scala, perché non richiede l’aggiunta di reagenti o solventi.

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Cosa sappiamo dei rischi legati al mercurio

Ancora non è chiaro quali siano le conseguenze della contaminazione da mercurio per i pesci e i mammiferi che vi vengono a contatto. Per ora, ad esempio, gli scienziati hanno studiato i possibili danni alla salute riproduttiva di pesci e uccelli e stabilito che tra le specie ittiche più contaminate ci sono pesce spada, tonno, merlano, luccio e merluzzo.

In base all’aumento della concentrazione negli oceani, secondo Lamborg è probabile che alcuni pesci contengano il triplo del mercurio rispetto a 150 anni fa

Tra i rischi più noti per la salute umana, anche secondo l’OMS, vi sono quelli ai danni di chi inala il mercurio nei processi industriali e delle donne in gravidanza: l’esposizione può compromettere lo sviluppo del bimbo in utero nei primi mesi di vita. Un aspetto interessante comparso di recente nelle linee guida è però il fatto che le sostanze nutritive dei pesci compensino gli effetti negativi dell’esposizione al mercurio.

Le attuali indicazioni suggeriscono infatti di limitare il consumo di pesce in gravidanza, ma considerando i benefici che un bimbo può ottenere dagli acidi grassi del pesce che la mamma mangia in gravidanza. Acidi grassi che riuscirebbero a controbilanciare i rischi associati all’esposizione al mercurio. Lo studio più ampio che abbiamo a disposizione è un’indagine pubblicata sull’American Journal of Clinical Nutrition che si basa sui dati del Seychelles Child Development Study, iniziato a metà degli anni ’80 (alle Seychelles il consumo di pesce degli abitanti è circa 10 volte  superiore alla media europea).

L’ipotesi degli autori è che i PUFA, acidi grassi polinsaturi del pesce, compensino attivamente i danni del mercurio a livello cerebrale. Si tratta di meccanismi affascinanti e complessi, ma andranno studiati ulteriormente per avere maggiori certezze su quanto pesce è sicuro mettere nel piatto, specialmente nei nove mesi di gravidanza: nel frattempo, per il benessere non solo nostro ma della fauna marina, possiamo sperare che il polimero di Chalker raggiunga presto il mercato.

@Eleonoraseeing

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