Il rapporto fra americani e privacy spiegato in 10 punti

Ultimo aggiornamento il 15 marzo 2016 alle 23:17

Il rapporto fra americani e privacy spiegato in 10 punti

Da un lato l'affare Snowden ha messo paura, dall'altro per una grossa fetta degli americani è giusto che il Governo monitori alcune attività. Nel mezzo c'è tanta incertezza e soprattutto poca conoscenza degli strumenti per proteggere la propria privacy.

Molti sociologi sostengono che una delle maggiori conseguenze a cui ci ha portato l’avvento della digitalizzazione è un vertiginoso aumento della complessità del sistema. Una complessità che nasconde una profonda ambivalenza: da un lato internet ha significato una maggiore possibilità di connessione, di scambio di dati, di condivisione, e quindi di partecipazione, dall’altro ha portato con sé una perdita di controllo del singolo cittadino sulle informazioni che lo riguardano.

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È innegabile che oggi scegliere di condividere un’informazione in rete, per quanto ci si sforzi di renderla privata, significa comunque accettare di farcela sfuggire di mano. E il risultato è che il cittadino, l’utente, finisce per voler partecipare con la convinzione di trarne dei benefici in termini di servizi – e non si può negare che questo accada – ma al tempo stesso sente che più lo fa, più aumenta il suo senso di insicurezza. E non parliamo solo di intercettazioni di email o telefonate, ma anche, per esempio, di tutto il mondo dello IoT, l’internet delle cose.

Un cittadino insomma che per partecipare deve anzitutto delegare. A confermare questo trend sono gli stessi americani, che sono stati interpellati nientemeno che da Pew Research per un periodo di due anni e mezzo, per analizzare lo stato della privacy negli Stati Uniti.

Ecco cosa evidenzia il report di Pew Research, in 10 punti e 3 grafici.

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1. Nessun controllo sui dati

La maggior parte degli americani sente di non avere alcun controllo sui propri dati: 9 americani su 10 affermano che i consumatori hanno perso il controllo di come le informazioni personali vengono raccolte e utilizzate dalle aziende.

2. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio

Gli americani non si fidano della sicurezza dei canali online utilizzati dalle compagnie che richiedono loro dei dati, pubbliche o private che siano. Alla domanda “quanto ti fidi in termini di privacy delle compagnie a cui affidi i tuoi dati”, solo l’1% ha risposto “molto” nel caso di compagnie pubblicitarie, ma soprattutto – e questo è un dato che fa riflettere – solo il 9% afferma di avere molta fiducia della propria banca in termini di privacy dei propri dati online. Il 46%, praticamente 1 su 2, dichiara di non fidarsi affatto.

3. Condivido o non condivido i miei dati?

Quando si tratta di prendere decisioni sulla condivisione le loro informazioni in cambio di un prodotto, un servizio o un altro vantaggio, sono molte le variabili che entrano in gioco nella mente del consumatore. A destare particolare preoccupazione è la richiesta del proprio numero di Social Security Number, l’equivalente grosso modo del nostro codice fiscale. Al secondo posto tutto ciò che ha a che vedere con la sfera sanitaria, a seguire le eventuali intercettazioni telefoniche, e il contenuto delle proprie email. Un dato assai curioso è che conta molto poco per gli americani la privacy sui dati dei propri acquisti: dato molto sensibile solo per il 9% degli intervistati.

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4. Il “chi” non è secondario.

Per il 74% degli americani è importantissimo sapere chi ha in mano i loro dati, tracciarne insomma il percorso in rete, cosa non certo semplice. Per il 65% di essi invece è molto importante sapere quali informazioni personali vengono raccolte e come vengono usate.

5. Proteggersi o non proteggersi?

L’86% degli intervistati ha dichiarato di aver provato a fare qualcosa: rimuovendo o mascherando le proprie identità digitali, per esempio cercando di crittografare le email. Tuttavia, anche dopo la notizia sui programmi di sorveglianza della NSA, pochi americani hanno preso misure sofisticate per proteggere i loro dati e solo il 34% degli intervistati era a conoscenza dei programmi di sorveglianza della NSA e aveva preso almeno qualche piccola precauzione.

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6. I miei dati sono importanti?

Alla maggior parte degli americani sfugge il motivo per cui i loro dati sono così importanti, e addirittura il 50% degli intervistato afferma di non aver ben chiaro attraverso quali strumenti vengono raccolte le informazioni. Insomma, vige ancora parecchia confusione.

7. Maggiore consapevolezza tra i più giovani

Sebbene immettano moltissimi informazioni online, i giovani (l’età analizzata è stata quella dai 18 ai 29 anni)  sono più attenti alla propria privacy: cercano di proteggere i dati personali che mettono in rete, sono più attenti a rimuovere tag, o alle impostazioni della privacy sui social media.

8. La metà degli intervistati teme il controllo del governo.

Il 52% degli Americani si dice molto o abbastanza preoccupata per i sistemi di sorveglianza dello stato sulle comunicazioni personali. Solo il 57% però ritiene davvero inaccettabile questa forma di controllo, mentre la maggioranza pensa che sia addirittura importantissimo che il governo monitori chi utilizza parole come “esplosivi”, “armi automatiche” nelle proprie ricerche in rete. Il 67% degli intervistati pensa inoltre che sia doveroso monitorare le visite dei cittadini sui siti anti-americani.

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9. E se cambiassero le leggi?

La maggioranza del pubblico americano (circa il 60%) ritiene che cambiamenti legislativi potrebbero fare la differenza nella protezione della privacy.

10. Il futuro pone diverse questioni spinose.

Molti studiosi di tecnologia prevedono che la tutela della privacy diventerà probabilmente in futuro un bene di lusso. La privacy diventerà inoltre – sostengono 2511 esperti interpellati da Pew Research – sempre più difficile da controllare mano a mano che prenderà piede il cosiddetto IoT, l’internet delle cose, che sta già rivoluzionando la vita quotidiana di molte famiglie.

Anche l’IoT infatti vive di informazione e trasmette informazione.

C’è tuttavia un aspetto più promettente per i consumatori: la possibilità che i nuovi strumenti tecnologici consentano ai consumatori il potere di negoziare in condizioni di parità con le imprese circa la condivisione delle informazioni. Chissà se per allora questo basterà.

@CristinaDaRold

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