Augmented humanity: a Roma la mostra sul futuro della nostra specie. Tra protesi cibernetiche, making e arte. | The Next Tech
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Ultimo aggiornamento il 5 maggio 2018 alle 9:03

Augmented humanity: a Roma la mostra sul futuro della nostra specie. Tra protesi cibernetiche, making e arte.

La mostra, presentata per la prima volta da Science Gallery presso il Trinity College di Dublino, vuole indagare il tema del + Umano e sugli inevitabili rischi e possibilità insiti nel concetto di ‘potenziamento’ tecnologico

Cyborg, superuomini e cloni: quale sarà il futuro dell’umanità? La domanda suona abbastanza inquietante, ma la risposta lo è ancora di più, se consideriamo quanto i mezzi messi a disposizione anche da un semplice FabLab possano aiutarci a costruire / ricostruire protesi a basso costo e strumenti che aiutano a superare la disabilità.

Ma in realtà la mostra al Palazzo delle Esposizioni a Roma, in allestimento fino al 1 luglio – va ben oltre, interrogandosi di base su cosa sia davvero umano e quali limiti delimitano questo concetto, da un duplice punto di vista, quello della fisicità e quello della consapevolezza.
Cyborg e intelligenze artificiali, per dirle in due parole. Esseri umani che per necessità o desiderio di andare oltre i propri limiti manipolano il proprio corpo per estendere, ampliare i propri sensi, e robot / androidi che immaginiamo innamorarsi, arrabbiarsi, interrogarsi sulla propria autocoscienza. In entrambi i casi, un desiderio di andare oltre.

Il corpo come strumento e come tela

Le modificazioni del corpo che sono esposte in questa mostra, nascono spesso dalla necessità di ritrovare ciò che si è perso: non a caso una delle sezioni più visivamente perturbante è quella legata alle protesi, che artisti, artigiani ma anche sportivi reinterpretano alla luce di nuove funzionalità Da quelle più essenziali stampate in 3d a bassissimo costo nei FabLab – progetti utilissimi negli scenari di guerra – a quelle super cibernetiche in titanio che brillano di luci proprie, il messaggio è chiaro: fare della propria menomazione un’opera d’arte, riappropriarsi del proprio corpo e della sua bellezza attraverso la tecnologia, non farsi limitare.
Come certamente non si è fatto limitare dalla sua grave forma di daltonismo Neil Harbisson, l’artista irlandese colour blind che grazie a un’antenna innestata nel proprio cervello è riuscito a sviluppare un nuovo senso e ad udire il suono dei colori.

 

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La perfezione e il senso del limite

Le biotecnologie, la manipolazione di processi biologici, la possibile creazione di un’intelligenza non biologica, le modificazioni del corpo e naturalmente della natura: se da una parte il progresso è sempre stato visto come la chiave per un’evoluzione positiva dell’uomo, ora si cominciano ad affacciare interrogativi di natura etica sul concetto stesso di vita e sulla definizione/alterazione dell’io.

Quanto è corretto ricercare con ogni strumento a nostra disposizione la perfezione fisica e formale? Quanto i modelli di bellezza imposta ci costringono a una uniformità di visione, di pensiero, di direzione? Perché tutti i volti che devono raffigurare astrazioni universali come la bella donna o il terrorista seguono dei pattern visivi quasi pienamente sovrapponibili e immediatamente riconoscibili? Queste sono domande che meritano una risposta, una reazione non luddista ma etica. Il problema non sono le potenzialità della tecnologia, ma l’uso che se ne fa.

Umano, troppo umano, postumano

La tecnologia da supporto alla vita a vita stessa. Quando ci troviamo di fronte a un libro scritto da un computer o alla possibilità di registrare l’impronta dei nostri ricordi su un supporto fisico, scatta la domanda più perturbante: è allora possibile sconfiggere la morte?
E in quel caso, la vita avrebbe ancora senso?
Più che alla domanda se saremo sostituiti da robot – vedendo le condizioni di lavoro di alcune fabbriche cinesi verrebbe solo da auspicarselo – la vera domanda è cosa ci rende davvero umani, quali sono le caratteristiche che al di là di tutto ci rendono diversi e speciali.
E la risposta, ancora una volta, è l’empatia, quella cosa che ci permette di metterci nei panni dell’altro o ritrovare negli occhi di un androide lo sguardo tenero di un bambino.
Non so se la nostra razza sia destinata all’evoluzione o all’estinzione, certo è che finchè coltiveremo l’empatia, la bellezza, l’autenticità, c’è ancora più che una speranza.

 

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