Non solo internet. Anche le smart TV raccolgono informazioni sugli utenti immagine-preview

Set 6, 2018

Non solo Internet. Anche le smart TV raccolgono informazioni sugli utenti

La connessione di cui sono dotati gli apparecchi e alcune applicazioni che servono a gestirli possono fare una profilazione commerciale dei telespettatori proprio come avviene quando si visita un sito o si fa una ricerca sul web

La pubblicità personalizzata è qualcosa alla quale il web ci ha abituato. I cosiddetti cookies che saltano nei nostri pc ogni volta che visitiamo un sito o facciamo una ricerca sono degli infallibili segugi che raccolgono informazioni sulle nostre preferenze e su quello che potrebbe interessarci a livello commerciale. Altra cosa è la televisione, per la quale finora non esisteva un modo di prevedere o immaginare chi le sta di fronte. Finora appunto. Le cose stanno cambiando anche per il piccolo schermo. E non è un caso che ora, sempre più spesso, si chiami Smart TV.

Sempre più televisori smart

Secondo le ultime stime il 70 per cento dei televisori che saranno venduti quest’anno saranno smart. Questo significa che saranno dotati di una connessione a internet e di conseguenza avranno la capacità di profilare il telespettatore dal punto di vista commerciale. Le applicazioni in uso attraverso lo schermo possono dare informazioni sulle tipologie di show che si è soliti guardare, sui giochi che si fanno, sul tempo passato davanti al televisore e poi sugli acquisti che effettivamente l’utente fa dopo aver guardato un programma televisivo.

La profilazione dei telespettatori

Il risultato di questa enorme raccolta di dati potrebbe essere l’invio di annunci pubblicitari mirati a ciascun telespettatore senza l’obbligo per le compagnie pubblicitarie di avventurarsi in potenziali target demografici di un certo programma. Il risvolto negativo colpisce ovviamente la privacy, tanto che due senatori democratici statunitensi, come riporta Fast Company, hanno richiesto alla Federal Trade Commission un’indagine in seguito alla denuncia del New York Times sull’enorme quantità di dati raccolti.

Samba TV

Sotto la lente del quotidiano statunitense soprattutto l’app per smart TV sviluppata dalla startup Samba che ha comunicato di aver raccolto dati di visione da 13,5 milioni di smart TV negli Stati Uniti. Quest’attività deve aver convinto gli investitori dato che la startup ha ottenuto 40 milioni di dollari di investimento da venture che operano nel settore dell’intrattenimento come Time Warner, Liberty Global e Mark Cuban. E ha raggiunto anche accordi con i produttori di televisori per installare la sua applicazione sugli apparecchi. Quando accende la TV per la prima volta, all’utente viene chiesto di attivare l’app in modo da ricevere suggerimenti sui programmi da vedere. Quello che succede dopo è implicita profilazione. Samba è in grado di dialogare anche con gli altri dispositivi connessi a internet nella casa. E questa è la vera svolta. La startup non vende i dati che raccoglie, ma può inviare pubblicità mirata sugli altri apparecchi basandosi proprio sulle preferenze manifestate dagli utenti che hanno guardato uno show in TV. Insomma, tutto sembra assomigliare a quello che accade durante una navigazione su internet. Con l’unica differenza che i telespettatori non si aspettano che tutto ciò succeda mentre stanno seduti sul divano di fronte al televisore.

Privacy violata? Pare di no

Samba non è l’unica azienda che ha deciso di fare di quest’attività il suo core business – ci sono anche Alphonso e Inscape – anche se ha intentato perfino delle cause contro chi a suo dire ha violato la proprietà intellettuale del suo sistema. Per quanto questo tipo di attività sia pervasiva nei confronti dell’utente, non sembrano esserci gli estremi per una violazione della legge in termini di privacy. Il telespettatore accetta i termini e le condizioni di uso ed è perciò informato sul fatto che poi l’applicazione avrà accesso ai suoi dati. Un consenso informato quindi, ma non per questo meno preoccupante sul lungo termine.

 

 

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