SARI, anche in Italia è attivo il "Grande Fratello" della Polizia | The Next Tech
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Ultimo aggiornamento il 27 settembre 2018 alle 10:10

SARI, anche in Italia è attivo il “Grande Fratello” della Polizia

Si chiama S.A.R.I. ed è il programma della Polizia Scientifica che permette di confrontare le immagini delle telecamere di sicurezza con i volti degli schedati

Fra le dotazioni tecnologiche per la sorveglianza in possesso della Polizia Italiana, nel gennaio dello scorso anno, è stato inserito un software per il “Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini” (SARI) ovvero un sistema che coniuga l’archivio delle immagini con un sistema per il riconoscimento facciale. Si tratta di un sistema di supporto alle attività investigative che si appoggia su due algoritmi di elaborazione delle immagini in grado di confrontare le foto dei rei con i volti dei milioni di soggetti schedati, permettendo così di circoscrivere la cerchia dei sospettati.

 

Grazie all’apporto dell’Intelligenza artificiale è possibile riconoscere e “filtrare” altre caratteristiche relative al soggetto, tra le quali sesso, età ed etnia. Per riconoscere un volto i software elaborano quelle che vengono chiamate “impronte facciali” (faceprint) che permettono di valutare le specifiche di ogni viso, come per esempio la distanza tra gli occhi, la forma degli zigomi, del naso, ecc.

 

 

Cosa fa il sistema SARI

SARI risulta in grado di gestire due scenari operativi, Enterprise e Real-Time:

 

  • Il “SISTEMA SARI ENTERPRISE” viene utilizzato per la ricerca di volti, per mezzo di uno o più algoritmi di riconoscimento facciale, a partire da immagini statiche su banche dati di grandi dimensioni (dell’ordine di 10 milioni di immagini). Più nello specifico, la ricerca può avvenire in base all’immagine del volto, a informazioni anagrafiche o descrittive associate alle immagini o ancora combinando i due metodi.Il Sari Enterprise consente infatti di effettuare ricerche nella banca dati AFIS (Automated Fingerprint Identification System), attraverso l’inserimento di un’immagine fotografica di un soggetto ignoto che, elaborata da due algoritmi di riconoscimento facciale, fornisce un elenco di immagini ordinato secondo un grado di similarità.

 

  • “SISTEMA SARI REAL-TIME” è invece utile per il riconoscimento in tempo reale di volti, data un’area geografica ristretta, presenti in flussi video provenienti da telecamere ivi installate. Il sistema dovrà confrontare i volti presenti nei flussi video con quelli di una watch-list (con una grandezza dell’ordine di 100.000 soggetti). L’algoritmo andrà quindi a generare degli alert in caso di match positivo. Questo sistema, si legge nel capitolato, è “a supporto di operazioni di controllo del territorio in occasione di eventi e/o manifestazioni.”

 

Il capitolato del Ministero degli Interni, che stabilisce le funzionalità che il sistema è destinato ad avere, è disponibile direttamente online sul sito della Polizia di Stato.

 

La specifica della funzionalità di ricerca precisa che la ricerca potrà avvenire secondo le seguenti tre modalità:

  • Sulla base dell’immagine del volto (ricerca su base volto);
  • Sulla base di informazioni anagrafiche o descrittive associate alle immagini nella banca dati fotosegnalati (ricerca su base anagrafica/descrittiva);
  • Su base combinata dei metodi 1 e 2 (ricerca combinata).

 

Lavorando in connessione con la banca dati AFIS delle Forze dell’Ordine, il software di riconoscimento immagini può ottenere una risposta anche in meno di un minuto, ma soprattutto lo può fare partendo da una foto, mentre fino ad ora dovevano essere descritte a parole nella ricerca informatizzata del vecchio sistema le caratteristiche anagrafiche o fisiche.

E, soprattutto, può essere usato per la prima volta direttamente dagli agenti senza ricorrere agli uffici scientifici.

 

In pratica, inserendo una foto nel sistema, il software SARI sfoglia e confronta le immagini ad altissima velocità cerca un “match” tra le foto custodite in archivio e le immagini registrate da fonti eterogenee, come telecamere di sorveglianza o addirittura telefonini, restituendo un elenco di profili con un punteggio di probabilità basato sulla compatibilità rispetto all’immagine del soggetto inserito.

 

Nel caso non venga individuata alcuna corrispondenza, l’immagine inserita in SARI resta comunque a sistema per individuare, eventualmente, delle eventuali corrispondenze future ed alimentando la base dati centralizzata.

 

Le dichiarazioni della Polizia di Stato

Anche se le ricerche possono essere effettuate direttamente degli agenti operanti, questo non significa che manchi il controllo di uno specialista: come infatti spiega Fabiola Mancone, dirigente della Polizia Scientifica, “nell’ipotesi che si individui una corrispondenza, resta comunque necessaria una comparazione fisionomica effettuata da personale specializzato di Polizia Scientifica, per avere una valenza probatoria in sede dibattimentale”.

Prima che SARI fosse operativo, peraltro, è trascorso un periodo di formazione di otto mesi circa, fin dagli inizi di dicembre, che ha coinvolto il personale tecnico, ma che è stato utile a testare anche le eventuali criticità o anomalie del sistema.

 

“È chiaro” – ha specificato ancora Mancone “che le immagini e i video attenzionati dalle forze dell’ordine riguardano solo il reato o il contesto di reato. Il software sarà utilizzato come strumento di supporto per i lavori di ricerca sulla base dati AFIS, ovvero il sistema automatizzato di identificazione delle impronte digitali. Questo database, oltre a contenere le impronte, possiede anche le foto per un totale di circa 16 milioni di profili. Di queste, nove milioni sono soggetti diversi, gli altri sette sono individui registrati in più segnalazioni, o perché hanno commesso crimini più volte o magari perché trovati sprovvisti di documenti e nuovamente foto-segnalati”.

Il primo caso in Italia

Il SARI, conclusa la fase sperimentale, è entrato da poche settimane in piena operatività: il 7 settembre 2018, infatti, è stata comunicata la notizia della identificazione e arresto di due ladri d’appartamento a Brescia grazie all’utilizzo del sistema. Per le indagini, condotte dalla squadra mobile, è stata decisiva l’acquisizione delle immagini di una telecamera di video sorveglianza che ritraeva i due malviventi all’opera: grazie a queste, in pochi secondi il sistema ha fornito i nomi dei “candidati” a partire da quelli con gli “score”, i punteggi, più alti, e a seguito l’operatore ha potuto effettuare un ulteriore accertamento, una comparazione fisiognomica dei volti, per avvalorare il risultato.

 

Ma l’intervento del sistema in un ambito operativo ha anche lasciato spazio a dubbi sul suo utilizzo da parte di molti soggetti che per la prima volta venivano a conoscenza dell’esistenza del progetto, tanto che il 19 settembre l’On. D’Inca ha presentato un’interrogazione parlamentare a risposta scritta al Ministero dell’Interno per valutare il gradi di legittimità nell’utilizzo di SARI.

Un approccio globale

Il riconoscimento facciale, un tempo confinato nella fantascienza, è invece una modalità ormai in uso alle Forze dell’Ordine di tutto il mondo, e la necessità di queste tipologie di strumenti è stata più volte sottolineata anche dall’Interpol: ciò nonostante è sicuramente legittimo (e forse necessario) controllare come verrà utilizzato, in quanto è fuori di dubbio che un controllo sistematico della popolazione, soprattutto quella che nessun reato ha mai compiuto, non è consentito dalle normative vigenti.

 

Anche se al momento non esiste un’armonia a livello globale, poiché  ogni stato possiede leggi e normative proprie differenti da paese a paese, i sistemi di analisi e collaborazione tra differenti nazioni sono già attivi da anni: in Europa, ad esempio, sono attivi i sistemi denominati SIS e SIS II (Sistemi di informazione dell’area Schengen) delegati alla archiviazione e condivisione delle notizie relative ai soggetti pericolosi, popolati con i volti e le impronte digitali di tali soggetti.

 

La questione diventa molto più complessa a livello mondiale, soprattutto perché svolge un ruolo sostanziale il corposo comparto delle leggi sulla privacy: se da un lato, infatti, in alcuni Paesi del mondo, occhiali e telecamere intelligenti, dotati di tecnologie per il riconoscimento facciale, vengono considerati strumenti leciti ed utilissimi per prevenire e combattere il crimine, dall’altro rappresentano una grave minaccia per la tutela dei diritti e delle libertà individuali dei soggetti.

 

Una questione che sta scatenando le prese di posizione di alcune agenzie umanitarie impegnate nella tutela dei diritti dell’uomo.

 

Il problema Cina

Il primo a porre l’accento sulla violazione giornaliera della privacy di migliaia di cittadini è stato probabilmente William Nee, ricercatore di Amnesty International che da anni studia i fenomeni legati alla repressione della dittatura cinese. Ad allertare Nee la situazione che vede in Cina la presenza di un sistema di sorveglianza formato da videocamere a circuito chiuso in grado tra l’altro già oggi non solamente di identificare i cittadini, ma anche stabilire le autovetture che essi guidano e chi sono i loro amici e conoscenti intersecando i dati e creando schemi di relazioni sociali.

 

La Cina è sicuramente il paese con il più grande database al mondo di foto di identificazione nazionali, circa 1,3 miliardi di cittadini, con circa 170 milioni di telecamere di sorveglianza già attive e con la previsione di un’ulteriore integrazione di altri 450 milioni apparecchi nei prossimi tre anni. Ogni tre persone, quindi, ci sarà una videocamera di sorveglianza.

 

Entro il 2020 si prevede, inoltre, l’implementazione di un sistema di “credito sociale”, già attivo sperimentalmente in alcune aree, che valuterà le azioni reali e virtuali di tutte le persone, distribuendo premi o ammende a seconda del proprio comportamento in rete e nella vita di tutti i giorni.

 

Attualmente la videosorveglianza non riguarda solo la scuola, come nella città di Hangzhou dove sono state installate sopra le lavagne delle telecamere per riconoscere il livello di attenzione dei bambini, ma diversi ambienti della società cinese: nulla sfugge all’occhio dello Stato tramite telecamere, riconoscimento facciale e vocale, censura in rete e controllo dei social network.

 

“Non bisogna temere se non si viola la legge e non si ha nulla da nascondere”, è stata la risposta laconica delle istituzioni cinesi alle accuse di Amnesty International.

E se ciò che accade in Cina è ancora lontano dall’Europa, in molti altri stati la sperimentazione è sicuramente molto attiva.

 

Il resto del mondo

Negli Stati Uniti, ad esempio, il riconoscimento facciale è diventato parte integrante degli strumenti standard per l’applicazione della legge, anche a livello di polizia locale. Un esempio tra tutti quelli di Annapolis nello stato del Maryland, dove la polizia ha arrestato un sospetto per le sparatorie nella redazione di The Capital Gazette identificandolo proprio tramite la tecnologia di riconoscimento facciale.

 

Sempre negli Stati Uniti, tuttavia, secondo quanto svelato dai ricercatori del Georgetown Law School Center for Privacy and Technology, la metà dei cittadini adulti, indipendentemente se coinvolta o meno in qualche procedimento legale, sarebbe schedata in un database a riconoscimento facciale.La tecnologia non si limita al connettere un volto con informazioni già presenti, ma ne aumenta le caratteristiche analizzate.

 

Un software sviluppato dall’Università di Stanford è riuscito ad individuare l’orientamento sessuale (gay o etero) a partire dai tratti somatici delle persone, mentre uno studio dell’Università di Toronto ha suggerito come i tratti somatici possano dare utili indizi sulle condizioni socio-economiche di una persona.

 

In Inghilterra la polizia ha usato il riconoscimento facciale per scansionare il volto di migliaia di persone al carnevale di Nothing Hill, uno dei più grandi del mondo. Un sistema che ha portato la polizia a fermare e interrogare, per un errore del sistema di catalogazione, una persona.

 

In un report il commissario alla biometrica Paul Wiles ha riferito che l’uso della tecnologia è andato ben oltre gli obiettivi iniziali, dichiarando che il database nazionale della polizia, al luglio 2016, aveva custodite 19 milioni di fotografie, di cui centinaia di migliaia di persone innocenti.

 

In Galles, secondo quanto riportato dal Guardian, il sistema di riconoscimento facciale che è stato installato nei luoghi pubblici più affollati, ha scaricato quasi 500.000 immagini di sospetti.Ma le autorità hanno notato che su 2.470 messaggi dall’intelligenza artificiale, solo 173 coincidenze si sono dimostrate corrette, portando all’identificazione erronea di migliaia di potenziali criminali.

Alla base di tali errori vi è la scarsa qualità delle immagini caricate sul sistema.

 

Il caso Amazon Rekognition

E le polemiche non mancano di interessare i colossi della tecnologia: Amazon stessa si è trovata recentemente al centro di una bufera a causa della vendita del proprio software di riconoscimento facciale alle forze di polizia.

 

Rekognition, il sistema di Amazon, è un kit di sviluppo low cost e di rapida e semplice installazione offerto dalla divisione di cloud Amazon Web Services, e pubblicizzato come strumento a disposizione delle forze dell’ordine (ma non solo) che permette di identificare i volti in tempo reale e di confrontarli con un archivio di decine di milioni di facce, consentendo una prevenzione tempestiva e accurata del crimine.

 

La tecnologia è stata lanciata a fine 2016 ed i primi «clienti» sono stati i Dipartimenti della Polizia di Orlando, in Florida, e quello della Contea di Washington, nell’Oregon. A presentare perplessità l’American Civil Liberties Union, alla testa di oltre due dozzine di organizzazioni per i diritti civili, che a maggio ha chiesto tramite una lettera indirizzata al CEO del gruppo Jeff Bezos lo stop all’offerta del servizio Rekognition alle autorità governative, poiché si presterebbe “a utilizzi scorretti, penalizzando in particolare le comunità di immigrati e afroamericani”.

 

I gruppi per i diritti civili hanno sostenuto che Rekognition sarebbe troppo potente: infatti secondo il sito web di Amazon non si limiterebbe a tracciare le persone, ma anche rilevare “fino a 100 volti in foto affollate”, oltre a targhe acquisite da telecamere del traffico, informazioni demografiche, e visi anche parzialmente occultati: ciò significa che il sistema potrebbe potenzialmente “intrappolare” e schedare moltissimi cittadini ordinari, piuttosto che essere limitato solo a persone che commettono crimini.

 

L’organizzazione ha anche espresso grande preoccupazione rispetto al sistema come “minaccia per la libertà”, perché il riconoscimento avrebbe potuto incoraggiare a seguire “persone di interesse” e violare la libertà di singole comunità, come musulmani, afroamericani e immigrati, agilmente identificabili proprio dai sistemi di Rekognition, in grado di filtrare anche per semplice etnia. La lettera non ha avuto alcuna risposta da Bezos, ma in compenso solo pochi giorni dopo la polizia di Orlando aveva cercato di rassicurato la ACLU, circa le modalità di utilizzo del sistema, sottolineando però la volontà di utilizzare in futuro il riconoscimento facciale per “aumentare la sicurezza pubblica e rendere le operazioni più efficienti”.

 

Il servizio, secondo la polizia di Orlando, altro non era che un sistema di sicurezza pubblica in grado di “monitorare le persone in un video anche quando i volti non sono visibili oppure mentre entrano ed escono dalla scena”. Ed è questo l’aspetto che ha preoccupato l’American Civil Liberties Union (Aclu).

 

A nulla sono però valse queste rassicurazioni: a seguito delle numerose proteste infatti il sistema di riconoscimento facciale ha ottenuto uno stop, seppur non definitivo, con la possibilità di valutare e discutere il proseguire i test in un futuro.

 

Intanto, però, la Polizia di Orlando non ha rinnovato l’accordo semestrale con Amazon, firmato lo scorso dicembre, che fornisce la tecnologia necessaria a Rekognition. Amazon non è però la sola azienda che produce software per il riconoscimento: le stesse tecnologie vengono prodotte anche da Google e Microsoft Corp, e l’identificazione dei volti è una feature comune nei prodotti di consumo di Apple e Facebook.

Il parere del Garante

Il sistema di riconoscimento facciale rappresenta una grande opportunità tecnologica per il futuro ma, per il momento, presenta ancora molte imprecisioni mentre è oggetto di costanti miglioramenti da parte di ricercatori ed esperti: questo rende la sua applicazione un procedimento delicato, che deve essere vagliato con cura per evitare abusi.

 

Per quanto riguarda il sistema SARI, il Garante per la Protezione dei dati Personali, con un provvedimento del 26 luglio 2018, ha annunciato che: “il trattamento di dati personali da realizzarsi mediante il sistema SARI Enterprise, secondo i presupposti descritti, non presenta criticità sotto il profilo della protezione dati” poiché si tratta della stessa banca dati utilizzata da decenni, ma solo con un nuovo strumento.

 

Le domande ancora aperte

Eppure è forse lecito come permangono ancora dubbi ed incertezze: il problema non riguarda tanto il SARI in se poiché, se fosse la mera evoluzione della banca dati AFIS, vi sarebbero presenti solo le persone schedate, ma viene il dubbio, considerando la portata della numerica descritta, che all’intero del data base vi siano anche volti di comuni cittadini, magari semplicemente segnalati ma non ancora accusati o men che meno giudicati colpevoli. Un database, quindi, che per il nostro ordinamento contiene anche semplici “innocenti”.

È prevedibile che possano aumentare le domande sulla privacy e le preoccupazioni sul potenziale uso improprio del riconoscimento facciale, specialmente perché i sistemi richiedono un ampio database di immagini con le quali è possibile confrontare i volti.

La domande quindi sorgono spontanee: dove sono archiviati i nostri dati facciali? In che forma? Quanti sono? Chi vi può accedere? Per cosa possono essere usati e per quanto tempo? Quali sono le assicurazioni che non vi sia all’interno anche una schiera di persone che non hanno mai violato la legge?

Siamo sicuri che, nonostante il via libera del Garante della Privacy, quella che potrebbe essere una risorsa non finisca invece per essere un abuso?

 

In una storia nemmeno troppo lontana di “prestazioni obbligatorie”, come vengono chiamate le intercettazioni, e tabulati telefonici che sono stati passati a personaggi di dubbia fama in cambio di denaro o favori, un po’ di sano dubbio è lecito. Un dubbio che dovrebbe essere sanato dalla gestione in totale trasparenza di un sistema così complesso e, potenzialmente, così pericoloso.

Soprattutto in un contesto, come questo, che non vede solamente coinvolte le Forze di Polizia, ma una schiera di soggetti anche privati incaricati della memorizzazione, della gestione, della manutenzione, della implementazione dei sistemi e dei software.

 

In tale ottica forse una linea guida può venire dal GDPR, il nuovo regolamento europeo sulla privacy, che si muove proprio in questa direzione, ponendo dei paletti alla raccolta di dati biometrici.E’ inoltre necessario che vengano prese importanti decisioni di orientamento generale sui limiti legali dell’utilizzo di tali tecnologie prima che il riconoscimento facciale diventi onnipresente nella nostra realtà, forse più di quanto sia strettamente indispensabile per la sola “sicurezza”.

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