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Nov 14, 2018

Augmented Eternity, un’app per l’immortalità

Futuristica e allarmante, ma comunque estremamente affascinante. È la sperimentazione dell’app Augmented Eternity, un’applicazione in sviluppo che mira a ricreare una copia degli individui post mortem assorbendo i dati già presenti in rete.

L’immortalità, seppur solo virtuale, pare essere fra i nuovi interessi nella ricerca tecnologica, ma la complessità dell’operazione non è affatto da sottovalutare. In tale sfida si sta cimentando Hossein Rahnama, imprenditore e ricercatore della Ryerson University di Toronto, a capo della Flybits.

Si chiama Augmented Eternity ed è l’app che dovrebbe creare una riproduzione digitale di se stessi per permettere di mantenere i contatti con la terra anche quando arriverà il passaggio a miglior vita.

Dai Big Data la coscienza digitale

L’idea del ricercatore è quella di creare un’app basata sull’acquisizione di informazioni, sia personali che frutto di corrispondenze, che il defunto ha lasciato durante il proprio passaggio nel mondo digitale, attraverso social, web e applicazioni varie. Dati che l’intelligenza artificiale andrà ad analizzare, fra contenuti emozionali e semantici, creando una “personalità” sotto forma di chatbot, assistente vocale, ologramma o persino da inserire in un robot umanoide, capace di interagire con i cari del defunto. Sarà inoltre possibile, per chi ne sarà interessato, partecipare alla creazione della propria copia digitale in maniera più attiva, così da fornirne gli elementi decisivi con test ed altre informazioni.

Il modo migliore per creare una copia digitale più rassomigliante possibile ad un essere umano deve partire innanzitutto dall’idea che più dati si producono migliore sarà la copia. Sarebbero esclusi quindi i non nativi digitali, in quanto i dati che hanno condiviso in rete non sarebbero sufficienti, a differenza dei millennial che invece forniscono dati già da molto tempo e probabilmente lo faranno nei decenni a venire.

L’applicazione creerà una copia della nostra “anima” che verrà inserita online e con la quale chiunque ci ha conosciuto in vita potrà interagire, magari per avvertire meno la nostra mancanza dopo la nostra dipartita, fermo restando la possibilità di scegliere preventivamente con chi condividere i dati della nostra coscienza online.

Altri usi pratici

A differenza di altre prove di questo tipo, come il social network Etern9 o Replica Project, lo studioso canadese vuole provare ad adeguare l’AI alla base del progetto ai molteplici contesti che si troverà ad affrontare. Questa posizione non stupisce, dato che Hossein è fondatore e CEO di Flybits, una piattaforma digitale che contribuisce a generare interazioni personalizzate tra utenze e aziende, creando esperienze digitali intelligenti.

L’auspicio è che Augmented Eternity possa in un futuro essere in grado di adattarsi a diverse personalità in base al contesto, scegliendo con chi condividere cosa: un clone che usi non solo le nostre stesse parole, che conosca le nostre passioni e riesca a simulare le nostre opinioni, ma che abbia anche uno spiccato senso pragmatico.
Con la creazione di un’identità digitale, Augmented Eternity apre la strada a potenziali soluzioni anche per coloro che sono ancora in vita: professionisti potrebbero offrire i propri servizi, tramite un chatbot evoluto, senza dover necessariamente intervenire in prima persona.

Il problema etico

Si tratta sicuramente di un progetto di ricerca molto complesso, che rappresenta un importante passo in avanti in termini tecnologici. D’altro canto è innegabile come si apra un potenziale problema etico: è giusto realizzare copie digitali di persone ancora in vita o mantenere copie di persone defunte? Quanto non si rischierebbe di sfociare nell’assurdo, sovrapponendo la realtà con il virtuale? Ma soprattutto, è davvero necessario coinvolgere la tecnologia in qualcosa che è strettamente legato alla sfera puramente privata e personale di ognuno di noi?
Le domande che sorgono sono tantissime. Le risposte, invece, arriveranno forse tra decenni.

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