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Gen 3, 2019

Huawei, il nemico pubblico numero uno?

Trump mette l'azienda cinese all'indice, il Canada arresta la figlia del fondatore. Cosa succede al marchio che ha spostato gli equilibri del mercato mobile?

Prima di tutto, i fatti. Nel 2018 sono successe tre cose fondamentali per Huawei, azienda cinese con base a Shenzen: la prima è che ha superato i 200 milioni di smartphone piazzati in giro per il mondo, e in alcune nazioni come l’Italia è di fatto il primo marchio sul mercato. La seconda è una rinnovata ostilità in terra a stelle e strisce: a inizio anno lo sbarco in pompa magna dei suoi smartphone è stato cancellato a causa di un accordo stracciato all’ultimo minuto da un operatore, poi la compagine cinese è finita di nuovo sotto lo scrutinio del Congresso per sospetto spionaggio. Infine, a dicembre, l’arresto del CFO Meng Wanzhou avvenuto in Canada.

Come vedremo, probabilmente tre eventi direttamente in relazione tra loro.

La figlia del capo e l’Iran

La vicenda del chief financia officer di Huawei, Meng Wanzhou, è forse quella che spiega meglio di tutte cosa sta avvenendo in questo momento nel mercato della tecnologia: c’è l’Occidente, diciamo quello guidato dalla Silicon Valley, che stenta a tenere il passo dell’Oriente guidato dalla Cina. Oriente che in pochi anni si è affrancato dallo stereotipo del copia-incolla, che oggi vanta eserciti di ingegneri e tecnici specializzati, migliaia di brevetti e soprattutto capitali sufficienti a sfidare ad armi pari lo status quo.

 

La Cina inoltre guarda agli Stati Uniti come uno Stato suo pari, non soffre cioè di alcun complesso di inferiorità nei confronti della super-potenza che invece tiene sotto scacco le diplomazie europee: di fatto, potremmo dire, la Cina se ne infischia di sanzioni e barriere imposte da Washington ai suoi alleati per penalizzare i suoi nemici sul piano politico e commerciale.

Quanto culminato nell’arresto in Canada di Meng Wanzhou è l’esempio perfetto di quanto stiamo dicendo: le accuse nei suoi confronti sono quelle di aver mentito, o quanto meno raccontato una verità di comodo, alla banca d’affari HSBC per effettuare delle operazioni economiche con controparti iraniane triangolate attraverso Hong Kong. In altre parole: di aver violato l’embargo commerciale imposto all’Iran, legato allo sviluppo dell’atomica di Teheran, vendendogli tecnologia attraverso una società segretamente controllata dalla stessa Huawei.

 

Naturalmente non sappiamo se queste accuse saranno confermate, se il CFO sarà estradato negli USA per il processo, se Meng Wanzhou sarà giudicata colpevole. Va sottolineato però come ci siano molte aziende statunitensi che godono di un permesso speciale che consente loro di vendere tecnologia all’Iran: parliamo di colossi, come Honeywell e General Electric, a dimostrazione del fatto che queste sanzioni siano di natura squisitamente politica e non abbiano un reale fondamento legato a rischi tecnici. E non sappiamo, poi, se ci siano vicende analoghe a quella Huawei che coinvolgono società occidentali e di cui siamo per ora ancora all’oscuro: il buonsenso farebbe pensare proprio di sì.

Quello che possiamo dire è che nei confronti di Huawei si è scatenata una tempesta perfetta: prima la marcia indietro di AT&T alla vigilia del CES2018, lasciando il CEO della divisione consumer Richard Yu senza un annuncio da fare sul palco. Poi le nuove accuse di favorire lo spionaggio di Pechino attraverso i suoi apparati, accuse fin qui mai circostanziate o dimostrate. Per altro l’unico caso di spionaggio fin qui documentato riguarda l’NSA che nel 2014, secondo quanto contenuto nei documenti fatti trapelare da Snowden, aveva bucato gli apparati Huawei per spiare il vertice della politica cinese. Infine l’escalation con l’arresto di dicembre: tanto più significativo visto che il CFO è anche la figlia del fondatore di Huawei, Ren Zhengfei.

Cronaca di un successo annunciato

Quella di Huawei è una storia di successo che è un po’ una storia di copertina per la Cina. Nata oltre 30 anni fa con l’idea di sviluppare prodotti per la telefonia, oggi è una multinazionale che ha conquistato a suon di tecnologia e brevetti il primato mondiale per quanto attiene gli apparati di telecomunicazione. Non è che i device Huawei costino meno, non sono quello che siamo (eravamo) abituati a pensare del Made in China: è che fanno di più, grazie anche a un reparto ricerca&sviluppo mastodontico che a Shenzen e Shanghai sforna novità a getto continuo.

Facciamo un passo indietro, così da raccontare tutta la storia: Huawei si è affermata innanzi tutto come fornitrice di apparati per le telecomunicazioni. Per capirci, se fate una telefonata o navigate su Internet è molto probabile che una fetta del cammino dei vostri dati transiti su un apparecchio Huawei. Con l’avvento delle reti 4G, poi, la questione si è fatta sempre più imponente: oggi l’azienda cinese è probabilmente quella più avanti con lo sviluppo degli apparati 5G, che sta già sperimentando (come pure la concorrenza, va detto). Ma più che una gara a chi sperimenta per primo, sarà questione di chi per primo sarà realmente in grado di installare queste nuove reti su larga scala.

 

Come stanno scoprendo i suoi principali concorrenti (quelli rimasti), ovvero Nokia ed Ericsson, non è semplicissimo soppiantare Huawei nelle centrali telefoniche e nelle stazioni radio che fanno funzionare le reti cellulari: semplicemente perché, come vuole la cultura cinese, l’impegno di Huawei nel migliorare la propria offerta e garantire l’assistenza ai suoi clienti è tale da rendere difficile la concorrenza ad armi pari.

 

Dopo aver conquistato il settore delle telecomunicazioni, Huawei si è dedicata a quello dei cellulari: sono 5 anni che opera seriamente in questo campo, e in 5 anni è stata in grado di scalare le classifiche di vendita e di proporre una gamma di smartphone completa e competitiva sotto ogni punto di vista. Oggi P20 Pro e Mate 20 Pro se la battono alla pari con iPhone XS, Samsung Galaxy S9 e Note 9: o qualsiasi altro smartphone. I numeri delle vendite confermano il successo, anche se va detto non è ancora avvenuto il sorpasso definitivo nella fascia alta del catalogo.

La tenacia non manca a Huawei, che per due volte ha messo in piedi lo stesso schema: partire con prodotti semplici, economici, fare esperienza, scalare il proprio giro d’affari, allargare la propria offerta, diventare esperta della tecnologia e poi offrire qualcosa di diverso, di originale, capace di fare la differenza. Alla fine sono i concorrenti a copiare i cinesi, per esempio aumentando il numero di fotocamere installate sugli smartphone o imitandone le colorazioni per la scocca.

Questione di protezionismo

John Tamny, in un editoriale su Forbes dello scorso dicembre, c’è andato giù pesante: “Tutta la vicenda Huawei è ridicola, ed è questione di protezionismo – scrive Tamny – Ed è inoltre radicata nella sconcertante confusione sull’economia all’interno della classe politica statunitense”.

 

Ciò che Tamny intende dire è che la guerra commerciale messa in atto da Trump non mancherà di fare vittime anche su questa sponda del Mondo. Se la “sicurezza nazionale” diventa la scusa dietro cui si trincera la decisione di imporre dei dazi sulle merci cinesi, che offrono le stesse prestazioni a prezzi inferiori (anche, va detto, grazie a condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi non comparabili alle nostre: ma non è che gli smartphone di altri marchi siano prodotti altrove), inevitabilmente le ritorsioni non mancheranno di ripercuotersi sulle aziende USA.

Senza arrivare alle previsioni catastrofiche di guerre militari conseguenza di quelle commerciali, come ipotizzato dall’editorialista di Forbes, la prova provata di quanto diciamo sta nella lettera scritta da Tim Cook ai suoi azionisti in queste ore. I conti di Apple rallentano, e le previsioni vanno tagliate al ribasso, a causa della riduzione delle vendite in Cina: certo conta il rallentamento dell’economia di Pechino, certo conta la saturazione del mercato smartphone. Ma di sicuro c’entrano pure i dazi incrociati imposti dalle due nazioni.

 

Questa strategia non fermerà la parabola cinese: i cittadini statunitensi potranno continuare a comprare smartphone Huawei all’estero, se lo desiderano; parleranno al telefono con moltissima gente che possiede uno smartphone Huawei; i loro dati transiteranno attraverso apparati Huawei installati in patria o all’estero. La tecnologia 5G e tutto quello che seguirà vedrà senz’altro Huawei, e la Cina tutta, come capofila del suo sviluppo e della sua commercializzazione.

Quello che funzionerebbe, invece, sarebbe una seria strategia per accompagnare e rendere competitive le aziende occidentali verso i mercati emergenti cinese, indiano, indonesiano, e tutti gli altri che al momento sono l’autentico traino dell’economia mondiale. Storicamente, infine, non è stato certo il protezionismo a rendere gli USA la super-potenza che è oggi. Per continuare a guidare il Mondo occorre scendere in campo con gli altri giocatori: se Trump deciderà di chiudersi a riccio, semplicemente le altre nazioni organizzeranno un nuovo campionato senza di lui.

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