I quadri più famosi rivivono con la tecnologia di RePaint | The Next Tech
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Ultimo aggiornamento il 12 febbraio 2019 alle 8:37

I quadri più famosi rivivono con la tecnologia di RePaint

Con il progetto RePaint i ricercatori del Mit stanno cercando di realizzare copie di opere d’arte più realistiche rispetto alle stampe attualmente in circolazione grazie a stampa 3D e machine learning.

Grazie a stampa 3D e intelligenza artificiale i ricercatori del MIT hanno iniziato a riprodurre i dipinti più famosi della storia. Il loro nuovo progetto, chiamato Repaint, è supportato dalla National Science Foundation e permette di realizzare copie di opere d’arte estremamente realistiche, indipendentemente dalle diverse condizioni di illuminazione o posizionamento.

«Il valore dell’arte è aumentato rapidamente negli ultimi anni e c’è una tendenza crescente a lasciarlo al sicuro nei magazzini, lontano dagli occhi del pubblico», spiega l’ingegnere meccanico Mike Foshey, uno dei creatori del progetto. «Stiamo costruendo la tecnologia per invertire questa tendenza e creare riproduzioni poco costose e accurate che possano essere apprezzate da tutti».

Oltre a replicare opere d’arte per la nostra abitazione, RePaint potrà essere usato dunque per proteggere gli originali dall’usura, mettere a disposizione di un pubblico sempre più ampio riproduzioni fedeli delle grandi opere d’arte, o anche aiutare le aziende a creare stampe e cartoline di pezzi storici.

Come funziona

Quella ideata nei laboratori del MIT è una tecnica infinitamente più precisa delle attuali. Secondo i suoi creatori, RePaint consente di realizzare copie di opere d’arte “fino a quattro volte più realistiche” rispetto alle stampe più sofisticate oggi in circolazione.

Il problema più grande delle stampanti attuali infatti è legato alla limitata gamma di colori, poiché possono utilizzare un mix di inchiostri che comprende solo i colori nero, ciano, magenta e giallo. RePaint invece, riesce a catturare uno spettro di colori molto più ampio, attraverso la combinazione di due tecniche differenti: la retinatura e il “color contoning”.

La prima, proprio come avviene in molti processi di stampa bidimensionale, crea un’immagine mescolando minuscoli punti colorati di dimensioni differenti per simulare varie gradazioni di colore. Il color contoning invece, non è altro che la sovrapposizione di dieci diversi strati sottilissimi di inchiostri trasparenti, realizzati con una stampante 3D, che consente di dare l’esatta sfumatura ai colori per renderli maggiormente fedeli agli originali.

Limiti e potenzialità

Per gestire la scelta delle tonalità da utilizzare e la loro disposizione nelle specifiche aree del dipinto, il team ha addestrato un modello di machine learning in grado di selezionare ogni volta gli inchiostri giusti. Per testare l’efficacia del sistema, sono stati riprodotti una serie di dipinti a olio che hanno confermato le eccezionali potenzialità di RePaint. Ma anche evidenziato alcuni dei suoi attuali limiti.

Tra gli aspetti da migliorare c’è sicuramente la libreria di inchiostri, ancora troppo limitata. Questo non ha permesso ai ricercatori del MIT di riprodurre completamente alcuni colori come, ad esempio, il blu cobalto. L’obiettivo, per il prossimo futuro, è quello di espandere questa libreria, oltre a realizzare un algoritmo che gli permetta di realizzare dettagli migliori che tengano conto di aspetti come la tessitura superficiale e il riflesso, per ottenere effetti finiture lucide e opache.

Il secondo limite attuale di RePaint sono le dimensioni. Le stampe sono grandi più o meno come un biglietto da visita. La stampa 3D infatti, risulta ancora molto dispendiosa in termini di tempo, ma con la diffusione in commercio di stampanti sempre più avanzate si potranno realizzare dipinti sempre più grandi. Del resto, perlomeno se parliamo di arte, le dimensioni per fortuna non contano.

 

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