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Apr 24, 2019

Huawei P30 Pro: la fotografia prima di tutto

Il nuovo gioiello della corona cinese è tutto centrato sulla quad-camera posteriore. Che, assieme all'autonomia, è la sua carta vincente

Prendi un telefono che ha venduto milioni di esemplari nel 2018, e che è rimasto sovrano incontrastato della classifica dei telefoni-fotografi anche all’inizio del 2019. Come soddisfare il palato di chi si è ben abituato a quel tipo d’esperienza? Come convincerlo ad aggiornare alla nuova versione? Riprogettando da zero l’intero comparto fotografico: detto, fatto. Nasce così il P30 Pro di Huawei, uno smartphone che ormai ha raggiunto le capacità e le prestazioni di parecchie macchine fotografiche: e che, tanto per dire, telefona pure.

Una fotocamera super

Al lancio del nuovo smartphone avvenuto a Parigi poche settimane fa, vi abbiamo raccontato nel dettaglio le novità del nuovo sensore fotografico incorporato in P30 e P30 Pro. Lo chiamano SuperSpectrum, e la sua principale novità consiste nell’adozione di un nuovo schema RYYB al posto del consueto RGB: in pratica la composizione dei colori della fotografia avviene tramite la combinazione (o meglio, la sottrazione) di rosso, giallo e blu. Una scelta legata alla possibilità, grazie a questo schema, di raccogliere il 40 per cento in più di luce rispetto allo standard consolidato. E il risultato è una performance decisamente migliorata nelle condizioni di luce più complesse.

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A questo si unisce l’intelligenza artificiale: il Kirin 980, il SoC che monta il P30, ha una doppia NPU che garantisce performance allo stato dell’arte per l’elaborazione col machine learning delle immagini. Questo significa ad esempio che quando si utilizza la funzione per scattare ritratti il software provvede a scontornare il soggetto o i soggetti con una precisione notevole, e sfocare il resto con un effetto che è esteticamente molto gradevole. Oppure che la gestione della AIS, ovvero la stabilizzazione ottica unità a un’elaborazione software a base di AI, è davvero efficace nel permettere fino a 6-8 secondi di riprese a mano libera senza che la foto risulti mossa.

Fin qui parliamo di un’evoluzione rispetto al modello precedente: da qui in poi le cose si fanno anche più interessanti. Ovvero le tre novità in termini di fotocamere che sono state aggiunte sul posteriore: il sensore Time Of Flight (TOF), il grandangolo da 20 megapixel e lo zoom a periscopio. Il primo è piazzato sotto il flash LED e il sistema di messa a fuoco laser: misura il tempo nel quale i raggi di luce riflessi ritornano al sensore TOF, costruendo così un’immagine tridimensionale del campo di ripresa che risulta molto utile per applicare “effetti speciali” alle foto e ai video. È sempre attiva, e somma le sue informazioni a quelle dei sensori fotografici propriamente detti.

Il grandangolo è una mano santa: se deciderete (come ormai fanno tanti) di partire in viaggio con solo lo smartphone, sarà indispensabile per scattare quelle foto di gruppo, ai monumenti, ai panorami che altrimenti risulterebbero impossibili. Lo zoom a periscopio (che ha una curiosa forma quadrata per ragioni tecniche: serve a riflettere l’immagine verso il sensore, che è piazzato perpendicolare spostato a destra guardando il posteriore) serve invece a far crescere le possibilità in termini ottici di uno smartphone che rimane comunque sottile: 8,4 millimetri, che però contengono uno zoom ottico 5x (che diventano 10x grazie alla combinazione delle informazioni tra sensore zoom da 8 megapixel, sensore principale da 40 megapixel e una bella dose di AI per unire tutto).

Come fa le foto il P30? E i video?

Scattare con il P30 Pro è un’esperienza decisamente interessante. Di giorno tutte e tre le fotocamere funzionano egregiamente: lo zoom non risente troppo dei megapixel in meno, o della lente non proprio luminosissima (f/3,4), il grandangolo viene elaborato per aggiungere una vignettatura alle immagini che le rende più suggestive (ma non viene apportata alcuna correzione geometrica alle foto, rimane l’effetto a botte tipico di queste focali) e i colori sono più brillanti che sul grandangolo del Mate 20 Pro. Infine il sensore principale da 40 megapixel ha una lente f/1,6 molto luminosa (sempre costruita su specifiche Leica) e tanta qualità sia in JPEG che in RAW.

Il P30 Pro è a tutti gli effetti lo smartphone fotografico per eccellenza

Di sera il discorso si fa più complesso. In questo caso la differenza tra il SuperSpectrum e gli altri sensori è evidente: la stabilizzazione ottica funziona molto bene, e la sensibilità che arriva a 400mila ISO permette di tirar fuori immagini (e video) anche dove altri smartphone non vedono nulla. Lo zoom e il superzoom (fino a 50x: accettate un consiglio, fermatevi a 10x) alla sera producono immagini suggestive, ma bisogna impegnarsi per tirar fuori il meglio: il P30 come il P20 resta comunque un perfetto smartphone da concerto, anzi il risultato può essere sorprendente in fatto di colori e risoluzione a distanza. Il grandangolo risente un po’ della minore sensibilità: ha una gamma dinamica inferiore al principale, e dunque le foto potranno anche essere scenografiche ma non hanno la stessa qualità.

Dov’è che eccelle davvero il P30 Pro è nei ritratti: con lo scontorno a base AI, con il sensore principale, si tirano fuori delle immagini che sono sorprendenti. Non è sempre tutto perfetto, si può migliorare: guardate l’immagine qui sotto, noterete che ci sono dettagli degli occhiali e dei capelli che sono chiaramente stati “sfocati” accidentalmente dal software. Ma ci sono delle circostanze in cui punta-e-clicca il risultato è migliore di quello che si otterrebbe al volo con una fotocamera vera. Meno vero per quanto attiene i selfie: la fotocamera frontale da 32 megapixel è adeguata, ma niente di eccezionale. E poi con la fotocamera principale anche i video sono migliorati: la stabilizzazione è decisamente “cinematografica”, un bel miglioramento rispetto al precedessore.

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L’unico limite che possiamo evidenziare in questo caso è l’app fotocamera: è stata migliorata, ma ci sono delle volte in cui il passaggio tra i diversi livelli di zoom è un po’ a scatti e quindi non è molto pratico da usare durante la ripresa video. Inoltre il passaggio tra i diversi sensori, soprattutto tra principale e zoom, impone di ricomporre l’inquadratura per questioni di parallasse. Infine, l’accesso alle funzioni creative è un po’ macchinoso: niente di tragico, ma vista la qualità dell’hardware si dovrebbe fare di più anche sul software. Lo zoom comunque resta notevole: di seguito vedete due immagini, una ripresa con il sensore normale e una con lo zoom 10x – e nella seconda, nonostante la distanza e il contesto (mano libera, un concerto in pieno svolgimento: non proprio le condizioni migliori per avere la mano ferma), si distinguono le corde della chitarra.

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E il telefono come va?

L’altro aspetto fondamentale di cui parlare, parlando del P30 Pro, è la batteria: non finisce mai. Non è raro arrivare a fine giornata con il 50 per cento di carica ancora disponibile, con un utilizzo attento si può davvero riuscire a raggiungere 2 giorni lontani dalla presa grazie a 4.200mAh incorporati nell’accumulatore integrato. Se a questo si unisce la ricarica rapida SuperCharge da 40W e la ricarica wireless, difficile che vi capiti di frequente di restare a secco: ed è un risultato rimarchevole, tanto più se misurato in confronto alla concorrenza. Il P30 Pro ha forse la migliore autonomia tra le ammiraglie in circolazione oggi.

Veniamo al design. Non cambia molto rispetto al Mate 20 Pro, solo i colori sono differenti: se dovete scegliere, scegliete il color unicorno (aka Breathing Crystal) che è il più originale, ma anche gli altri sono decisamente azzeccati. Salta subito all’occhio una cosa: la tacca, il notch è ridotto al minimo e questo significa fare a meno di tutta la parte relativa al riconoscimento facciale tridimensionale. Diciamocelo, non è una mancanza grave: tanto più che è decisamente migliorato il sensore di impronte sotto lo schermo, quindi va più che bene usare quello come sistema biometrico di sicurezza. Cosa non si nota subito, e di cui si sente davvero la mancanza, è un LED di notifica: per compensare questa mancanza Huawei ha migliorato le sue funzioni AOD (Always On Display), fino a oggi tra le più rudimentali in circolazione che ora finalmente sono più efficaci.

Non c’è molto altro da aggiungere. I 192 grammi di peso non si sentono troppo, il telefono è ben bilanciato, e l’altoparlante di sistema per fortuna non è integrato nel connettore USB-C sul fondo: ne guadagna in qualità e potenza totale, anche se è soltanto mono. Perché, non ve ne accorgerete a una prima occhiata, manca la capsula auricolare: per ascoltare le chiamate Huawei ha deciso di far letteralmente vibrare lo schermo, un sistema efficace e che non fa rimpiangere la soluzione tradizionale, ma che limita le performance multimediali del terminale. Il resto sono i soliti sospetti: ormai tutte le ammiraglie Huawei montano schermi OLED, anche se in questo caso la risoluzione è FHD+ e non QHD come sul Mate: c’è differenza, ma non parliamo di una differenza abissale.

Avrete notato che fin qui non abbiamo parlato di EMUI, l’interfaccia di Huawei per Android. Perché è presto detto: non è cambiata quasi per niente, continua ad essere esteticamente e funzionalmente un passo indietro rispetto ad altri concorrenti. Perché lo abbiamo chiesto anche a Huawei, che ci ha spiegato che EMUI non è solo l’interfaccia grafica: è anche tutto il lavoro che Huawei svolge per integrare il proprio hardware con Android e consentire al telefono di funzionare al meglio sfruttando un file system sviluppato in casa con funzioni di machine learning per l’ottimizzazione (che garantisce buone performance nell’immediato e a distanza di mesi), le 4 fotocamere posteriori ecc. Di fatto questo significa che l’estetica delle icone e tutti quei piccoli dettagli che fanno la differenza sono probabilmente in una lista di cose da fare e che per ora non sono una priorità: cambierà? C’è da augurarselo. EMUI funziona bene, davvero: vorremmo solo facesse ancora di più.

Il P30 Pro è il telefono da comprare?

Per evitare di creare un altro Mate, Huawei quest’anno ha marcato la differenza in termini di specifiche tra quest’ultimo e il P30 Pro. L’esperienza utente sulla linea P, da qui in avanti, sarà sempre più centrata sulla fotocamera (più che in passato) lasciando ai Mate il compito di disporre delle finiture e delle soluzioni tecniche più all’avanguardia. In altre parole, il P30 Pro non è un telefono privo di compromessi: ma una volta che avrete iniziato a scattare foto, e quando scoprirete quanto l’autonomia sia decisamente superiore a tutto il resto della categoria ammiraglie, ve ne dimenticherete in fretta.

Il P30 Pro è a tutti gli effetti lo smartphone fotografico per eccellenza: a ben vedere, batteria e fotocamera sono le due esigenze principali della maggior parte dei potenziali acquirenti, e dunque Huawei ha azzeccato la miscela giusta. L’unico motivo per cui potreste tentennare nel decidervi per il P30 Pro è perché già possedete un P20 o un Mate 20: per il resto non c’è una ragione decisiva che potrebbe sconsigliarlo, anzi. E poi, nonostante le buone intenzioni, il prezzo su strada è già calato decisamente rispetto al listino ufficiale da 1.000 euro: soprattutto tramite operatore si trovano offerte invitanti, in particolare per il modello 8+256GB che è davvero una fuoriserie.

 

Il P30 Pro non è un telefono perfetto. Ma sarebbe ingiusto muovere critiche sui tre aspetti che Huawei stessa ha posto in maggiore evidenza nel corso della sua presentazione: design, fotografia e autonomia sono tutte ottime. Fotograficamente parlando è lo smartphone da battere, e non scherza neppure per quanto riguarda il resto dell’esperienza d’uso: c’è anche margine di miglioramento con qualche aggiornamento, e ultimamente Huawei si è fatta decisamente operosa sul fronte degli update per i suoi smartphone di fascia alta. Se dal vostro telefono cellulare puntate a ottenere tante belle foto, non dovete guardare altro: con un minimo di pratica, il P30 Pro vi darà tante soddisfazioni.

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