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Ultimo aggiornamento il 11 luglio 2019 alle 16:36

Guerra tra Parigi e Washington sulla Web Tax

Il Senato francese ha dato il via libera definitivo alla legge che impone alle grandi società tecnologiche il pagamento di un imposta del 3% del fatturato. L'amministrazione Trump annuncia una indagine (e minaccia ritorsioni)

All’Unione europea la Web Tax (o Digital Tax) piace. Pure all’Italia (Il vicepremier Matteo Salvini l’aveva rilanciata recentemente). E in Francia ora la tassa è legge. Ma dato che la maggior parte dei Colossi dell’Internet è statunitense, a Washington l’idea che soldi “americani” finiscano nelle casse degli Stati della Ue soddisfa molto meno. Alla luce di questo inasprirsi dei rapporti tra Nuovo e Vecchio Mondo si capisce anche la recente guerra dei dazi intrapresa dal presidente statunitense Donald Trump, guerra che non ha risparmiato nemmeno Bruxelles. Ma andiamo con ordine.

Cosa dice la Web Tax francese

La Web Tax d’Oltralpe appena votata oggi in Senato (la scorsa settimana aveva ottenuto il via libera dall’Assemblea Generale) imporrà alle società di servizi digitali di una certa consistenza (devono avere ricavi annui superiori ai 750 milioni di euro su scala mondiale e di almeno 25 milioni di euro in Francia) una tassa del 3% del fatturato.

Leggi anche: Digital tax: Amazon, Google e i giganti del web nel mirino del fisco UK

Un piccolo modo per limare la concorrenza sleale recentemente denunciata dalla Commissione europea secondo la quale le società digitali hanno una imposizione fiscale attorno al 9,5% contro il 23% che grava invece su chi non può contare su strutture ramificate che consentano di operare di fatto ovunque ma pagare le imposte esclusivamente dove hanno sede. Sede che di norma coincide con i Paesi che presentano i benefici fiscali maggiori (come l’Irlanda o l’Olanda).

Le Big di Internet nel mirino

A finire nel mirino del fisco francese, grazie alla Web Tax, soprattutto aziende statunitensi, come per esempio Alphabet, la holding di controllo di Google, Apple, Amazon, Booking, Facebook, eBay, Netflix, Paypal e l’elenco sarebbe molto più lungo e includerebbe naturalmente anche realtà asiatiche (si pensi a Tencent Holdings) e anche qualche impresa europea.

La risposta di Trump

La decisione francese non è piaciuta all’amministrazione statunitense di Donald Trump che, più che il singolo fatto in sé, ora teme repliche negli altri Paesi della Vecchia Europa. «Condurremo indagini sulla nuova tassa perché riteniamo possa costituire una barriera sleale nei confronti delle nostre esportazioni» ha immediatamente fatto sapere il rappresentante al Commercio Robert Lighthizer. «Il presidente ci ha invitato a investigare per determinare se questa norma risulti discriminatoria o irragionevole e ostacoli o limiti il commercio degli Stati Uniti». A seconda dei risultati dell’indagine potrebbero partire contromisure economiche su prodotti francesi quali vini, formaggi e automobili.

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