Steve Jobs, 8 anni senza il padre dell’iPhone | The Next Tech
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Ultimo aggiornamento il 5 ottobre 2019 alle 8:00

Steve Jobs, 8 anni senza il padre dell’iPhone

Nel 2011 moriva l'uomo che ha cambiato il modo in cui le persone comunicano, lavorano e si divertono. Sotto la sua guida Apple ha lanciato Mac, iPad e iPhone

Nel decennio che ha inaugurato il XXI secolo, Steve Jobs ha rivoluzionato il mondo della telefonia con il lancio del primo iPhone il 9 gennaio 2007. Un’altra epoca, quando lo smartphone ha preso il posto del semplice cellulare. Sono passati otto anni dalla scomparsa di Steve Jobs. Neanche due mesi prima, nell’agosto 2011, si era dimesso da amministratore delegato di Apple per lasciare le redini di CEO a Tim Cook. Il suo vice, diventato il capo, ha traghettato la mela morsicata in un decennio forse meno ricco di novità, ma senz’altro più ricco nel portafoglio. Quest’anno Cupertino è stata, di nuovo, prima in tutto il mondo per capitalizzazione (828 milioni di dollari) dopo esser diventata nel 2018 la prima società americana a superare il miliardo di capitalizzazione.

Apple Watch, e basta

Quando Steve Jobs morì Apple aveva una capitalizzazione di 350 milioni di dollari: meno della metà di quanto vanta oggi, ma in uno scenario globale diverso, dove i concorrenti erano costretti a inseguire le ultime uscite da Cupertino, copiando e ispirandosi. iPhone 4 fu l’ultimo che Jobs riuscì a presentare con i suoi celebri keynote attesi in tutto il mondo: il giorno prima della sua morte Tim Cook svelò la versione 4S, ormai un lontano avo del nuovissimo Iphone 11. Otto anni sono passati – tempi geologici per la tecnologia – eppure l’unico prodotto nuovo rispetto all’era Jobs è stato l’Apple Watch, il primo passo della multinazionale nel mondo dei dispositivi wearable.

Come era (diverso) il mondo di Steve Jobs

Nel 2011 alla Casa Bianca c’era Barack Obama al suo primo mandato, Mark Zuckerberg era ancora un giovanotto che aveva messo online l’idea per un social network niente male. Instagram emetteva i primi vagiti. Non si parlava ancora dei giganti della Silicon Valley con gli occhi più critici di oggi, San Francisco e dintorni era ancora solo e soltanto la terra delle opportunità. Chi avrebbe potuto immaginare che Facebook sarebbe stato coinvolto nello scandalo di Cambridge Analytica con milioni di dati personali raccolti a spese di ignari utenti, o che i social network potessero essere un ponte di comando per governare un Paese?

Steve Jobs non rivelava nulla della propria vita privata. Tim Cook nel 2014 parlò invece per la prima volta pubblicamente, in un’intervista su Businessweek, del proprio orientamento sessuale. “Sono fiero di essere gay – disse Cook – e considero la mia omosessualità tra i più grandi doni che Dio mi ha dato”: parole che hanno testimoniato anche una nuova responsabilità d’impresa, che costringe perfino una multinazionale a mostrare ai clienti il proprio lato umano.

Questione privacy

Gli anni Dieci non hanno portato soltanto gioie a Cupertino. I problemi per la multinazionale sono comparsi proprio sulla questione più delicata: la privacy.  Dopo che il 5 dicembre 2015 una coppia decise di compiere una strage a San Bernardino, in California, uccidendo 14 persone. Le autorità chiesero ad Apple di sbloccare l’iPhone di uno degli attentatori per ottenere più materiale possibile sui killer. La multinazionale, però, si oppose giustificando il proprio rifiuto con la paura di un “pericoloso precedente” che avrebbe messo a rischio la privacy di tutti (i suoi clienti). Alla fine l’FBI riuscì a “entrare” in quello smartphone vincendo una battaglia contro un soggetto privato, che dimostrò in quella vicenda un’adesione maniacale alla propria politica aziendale a tutela dei suoi clienti: forse l’inizio della fine della luna di miele tra Silicon Valley e Washington.

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Non sapremo mai come si sarebbe comportato Steve Jobs in questa battaglia con uno Stato sovrano, ma conosciamo la sua fiducia nel potere della tecnologia di migliorare la vita all’umanità. Nel 1981, quando le persone leggevano e lavoravano ancora su carta, Steve Jobs disse in un’intervista televisiva che i computer avrebbero amplificato le capacità delle persone. E alla domanda del giornalista che gli chiedeva se fosse preoccupato di eventuali danni dovuti all’utilizzo dei computer (ad esempio, le maggiori possibilità del governo di invadere la privacy dei cittadini), Jobs rispose citando la computer literacy, l’alfabetizzazione digitale che già all’epoca riguardava le high school e le elementari negli Stati Uniti. Guardare i bambini e i ragazzi interagire, creare e divertirsi con i computer bastava, secondo Jobs, a fugare qualsiasi preoccupazione.

Nel 2019 non ci sbalordiamo più di bambini che imparano il coding e maneggiano gli smartphone. Nei primi otto anni senza Jobs Apple è cambiata, ma senza più l’esclusiva della novità assoluta. L’azienda ha venduto il suo miliardesimo iPhone, ma la corsa al primato non è più in solitaria. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina si combatte anche nei negozi di telefonia: l’anno scorso Huawei ha superato per la prima volta Apple nelle vendite trimestrali. L’azienda di Shenzhen è seconda soltanto alla coreana Samsung per numero di smartphone acquistati in tutto il mondo: ora sconta un ban politico senza precedenti che sta mettendo in dubbio la sua scalata.

 

Android (stra)batte iOS sui numeri dei sistemi operativi installati nei dispositivi in circolazione, non nel valore medio dei terminali venduti o dei formidabili margini che è in grado di produrre sul suo App Store. Forse non c’è più Steve Jobs, ma negli anni sono emerse altre figure che, tanto quanto lui, saranno ricordate per quanto hanno cambiate le abitudini delle persone. Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Jack Ma, Elon Musk. Gente che, bene o male, ha interpretato la massima che ormai tutti noi conosciamo a memoria: Stay hungry, stay foolish.

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