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Ultimo aggiornamento il 6 novembre 2019 alle 9:48

Close to the Sun, sviluppatori romani al debutto su Switch

L’ex startup tutta italiana Storm in a Teacup approda su console Nintendo con un horror convincente che strizza l’occhio al mitico Bioshock

Una immensa nave avveniristica. Voluta, finanziata, progettata da Nikola Tesla per ospitare in un singolo luogo le menti più brillanti che hanno mai calpestato questa terra. Un laboratorio galleggiante dove gli scienziati possano unire le forze e provare a migliorare il pianeta. Roba, insomma, che Greta Thunberg scansati, che a salvare il mondo ci pensa chi può farlo sul serio. Se non fosse che la Helios, la nave in questione, a un certo punto sparisce dai radar con il suo carico di Nobel e scienziati, per ricomparire con a bordo decine e decine di corpi straziati. Cos’è successo durante la navigazione?

Alla domanda intende rispondere l’eroina di Close to the Sun, Rose Archer che si imbarca tutta sola sul relitto alla ricerca della sorella, una scienziata che era salita a bordo, svanita nel nulla proprio come i suoi emeriti colleghi. È questo l’incipit del survival horror sviluppato interamente in Italia, all’ombra del Colosseo, dai ragazzi di Storm in a Teacup (li abbiamo incontrati pochi giorni fa), al loro debutto su console Nintendo.

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Un Bioshock de noantri?

Sarebbe ingeneroso e riduttivo definire Close to the Sun un Bioshock all’italiana. Perché, per quanto bello sia Bioshock e per quanto sia evidente che gli sviluppatori romani si siano ispirati al titolo di 2K Boston, il videogame italiano gode di un proprio carisma e si avventura lungo una strada propria, che rimarca la distanza tra i due titoli.

 

 

Certo, l’epoca storica (siamo a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del secolo scorso), lo stile liberty delle maestose ambientazioni e la fusione tra macchine antiche e risultati fantascientifici sulla falsariga dei romanzi di Jules Verne rimandano inevitabilmente all’FPS pubblicato ormai 12 anni fa su X-Box 360 (e poi a ruota su Playstation) ma Close to the Sun ha un’anima propria, che merita di essere scoperta.

Come merita di essere scoperta ed esplorata la Helios, la gigantesca nave su cui deve essere successo qualcosa di orribile. Ce lo chiedono i cadaveri straziati che affollano le sue sontuose sale, ce lo chiedono le scritte insanguinate sui muri lasciate forse da qualche superstite. Ma, soprattutto, ce lo chiede la solidità di un gioco che, fin dalle prime schermate, trasuda atmosfera e trasmette inquietudine. E qui si scopre appunto che Close to the Sun si rifà solo visivamente a Bioshock, mentre a livello di gameplay è un’altra cosa.

È vero, è un’avventura in prima persona (espediente migliore per agevolare l’immedesimazione di chi gioca) ma non è un FPS: non si spara a ciò che si muove e nemmeno si combatte. La protagonista del resto è una giornalista, non un soldato. Questo non rende le nostre esplorazioni meno pericolose e al cardiopalma. Mentre setacciamo le stanze risolvendo enigmi, in cerca di indizi, raccogliendo lettere, tirando leve e pigiando bottoni, può di colpo apparire qualcosa di mostruoso (il più delle volte lo si vedrà solo in parte) che ci costringerà a fughe repentine in grado di invecchiare precocemente le nostre arterie cardiovascolari.

Close to the Sun è sostanzialmente questo: l’alternarsi di momenti riflessivi e altri nei quali bisogna mantenere i nervi saldi ma agire in fretta. Talvolta a inseguirci è qualche strana creatura energetica, altre volte bisognerà darsi una mossa perché a ucciderci sono i misteriosi macchinari stipati sulla nave. In genere l’esperimento di mischiare fasi tanto diverse riesce a mantenere viva l’attenzione del giocatore stuzzicandone la curiosità, anche se il tutto – dobbiamo dirlo – risulta lievemente sporcato da una risposta dei comandi non sempre ottimale e troppo spesso rigida.

Close to the Sun è però un videogame di sicuro impatto che sa regalare brividi e immergerci in un romanzo horror d’altri tempi. Vagabondare per la Helios con il suo carico di morte e con i suoi spettri che raccontano le ultime ore di vita dei suoi occupanti è emozionante ed avvincente. Sapere che dietro tutto ciò c’è un team italiano, poi, ci inorgoglisce perché la dice lunga sulla maturazione dei nostri talenti, in grado ormai di competere sul piano internazionale con le produzioni estere più note e apprezzate.

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