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Ultimo aggiornamento il 5 dicembre 2019 alle 11:02

Huawei Developer Day, spiegato da Huawei

Cosa è successo a Milano, per la prima volta. E cosa succederà quando i 10 milioni di dollari promessi agli sviluppatori italiani arriveranno davvero

Ogni giorno i servizi mobile di Huawei vengono usati all’incirca da 570 milioni di smartphone: che sia il browser, che sia per i temi, che siano le mappe o l’AppGallery (ovvero il marketplace per le app) poco importa. Quello che conta, davvero, è che con 200 milioni di smartphone venduti in un anno (nonostante il bando che ha condizionato 6 mesi di questo 2019), l’azienda di Shenzhen è oggi una forza del mercato della telefonia a livello planetario. Una forza ribadita anche nel campo dell’infrastruttura di rete, dove è partita la gara per accaparrarsi i lucrosi contratti per il 5G e in cui (ancora, con il bando tra capo e collo) Huawei si sta difendendo piuttosto bene con circa 50 contratti sottoscritti in giro per il mondo. Tutto questo preambolo serve a giustificare quanto segue: se Huawei dice agli sviluppatori che ha qualcosa da raccontare, ha la forza e i numeri giusti almeno per incuriosirli.

Così a Milano, per la prima volta di fatto in Europa ma seguiranno altre città in tutto il Vecchio Continente, ecco riuniti in una sala i tecnici di Huawei e gli sviluppatori per il primo Developer Day cinese: per gli addetti ai lavori non ci sono sorprese particolari da ascoltare, ma quel che conta è l’ampiezza del ventaglio delle soluzioni proposte. Si va dalle già citate mappe al sistema di pagamento, dagli algoritmi di intelligenza artificiale al supporto per il marketing e il posizionamento delle app, dall’interfaccia alla monetizzazione: “Questa piattaforma digitale è un progetto nato alcuni anni fa, e nasce perché pensiamo che in futuro non tutto potrà ruotare solo attorno allo smartphone: il futuro richiede un ecosistema” ha spiegato Piergiorgio Furcas, deputy GM di Huawei CBG. In altre parole: su quanto segue Huawei scommette una fetta importante del proprio futuro. La fiche messa sul piatto vale 10 milioni di dollari solo per l’Italia.

La strategia 2020

Facciamo un passo indietro, non nel racconto ma per guardare la situazione con un minimo di prospettiva. Sul mercato, dopo alcuni anni burrascosi, ci sono tre grandi player che si spartiscono le quote più importanti per quanto attiene vendite e popolarità: Apple, senza ombra di dubbio, Samsung e la stessa Huawei. Ciascuna delle tre può vantare un vantaggio rispetto alle dirette concorrenti: Apple ovviamente conta sul proprio ecosistema creato dal software, Samsung sulla vastità del proprio catalogo e sulle risorse che ha a disposizione per continuare a primeggiare. Infine, Huawei: che ha gradualmente guadagnato terreno nel campo dell’innovazione applicata agli smartphone, e che rispetto alle sue antagoniste può spingersi a creare un ponte tra l’infrastruttura e i device.

 

Se volete, questo è anche il punto su cui batte la propaganda anti-Huawei portata avanti dalla Casa Bianca: chissà cosa accade in questo rapporto intimo tra componenti elettronici, dicono a Washington, chi ci garantisce che i cinesi non stiamo lì a spiarci? La risposta a questa domanda è duplice. Innanzi tutto, nessuno ci garantisce che i cinesi non ci stiano spiando: ma nessuno ci garantisce neppure che gli Stati Uniti non ci stiano spiando, e anzi la storia ci ha consegnato informazioni su un’eccessiva curiosità degli USA riguardo i propri alleati mentre a oggi non esiste alcuna prova che Huawei sia in combutta col Governo cinese. La seconda risposta è più tecnica: la potremmo riassumere con l’impegno da parte di Huawei di consegnare quante più informazioni possibile soprattutto ai suoi partner europei, mercato dove è più forte dopo la Cina, così da rassicurare tutti.

Ecco partorita in quatto e quattr’otto la strategia per il 2020: uno dopo l’altro arriveranno sul nostro Paese i servizi che Huawei sta sviluppando, oltre all’AppGallery, che comprendono appunto gli strumenti di pagamento, la musica, i video che già sono disponibili, e poi ancora le mappe. Soprattutto, Huawei è all’avanguardia nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale: quindi una delle qualità della EMUI 10 (che equipaggia i modelli più recenti di smartphone) è la possibilità di attingere alle funzioni di AI e ai servizi HMS (Huawei Mobile Services) per offrire informazioni utili agli utenti. Molto interessante anche l’approccio seguito: si può sfruttare la NPU del Kirin per l’elaborazione degli algoritmi di machine learning, si può optare per l’HiAi Engine software sviluppato a Shenzhen e inserito nel suo Android con decine di SDK a disposizione, oppure attingere direttamente alla nuvola Huawei.

Da gennaio 2020, Huawei inizierà infatti a distribuire su tutti gli smartphone equipaggiati con EMUI 10 l’assistente intelligente che ha mostrato al lancio del Mate 30: un servizio che servirà a creare delle schede e delle notifiche interattive che gli utenti potranno usare per attingere a informazioni specifiche in tempo reale. Che sia shopping come nel caso di LuisaViaRoma, orari di decollo con SOS Travel, ricette di Giallo Zafferano, l’assistente di Huawei che arriva nel 2020 offrirà nuovi strumenti di interazione con circa 73 milioni di clienti: questa è la base utenti di riferimento che Huawei identifica per questa tecnologia.

Quell’assegno da 10 milioni

Torniamo alle promesse di Huawei: 10 milioni di dollari divisi tra supporto cash agli sviluppatori, marketing, seeding di prodotti (smartphone in comodato) e training. Non è una cifra da sottovalutare, anche in considerazione del fatto che una parte andrà in pubblicità (marketing): questo significa che la presenza di Huawei continuerà a essere significativa nei negozi, sui cartelloni pubblicitari, in TV. Gli sviluppatori che saranno coinvolti in questo programma potranno beneficiare della visibilità offerta da Huawei: questo equivarrà anche semplicemente a una posizione preminente nella AppGallery, ma può bastare anche questo a far fruttare un investimento nell’ecosistema HMS. Anche in virtù del fatto che, a detta di Huawei, importare nel suo ecosistema una app è questione di un paio di giorni-uomo di lavoro al massimo.

L’approccio seguito sarà “piramidale”: l’investimento diretto sarà realizzato caso per caso in modo mirato, puntando soprattutto alle app con la possibilità di garantire un impatto massimo in termini di pubblico potenziale. In altre parole, se un’app famosa vuole approdare su HMS troverà ad attenderla un tappeto rosso: potrà essere affiancata dai tecnici Huawei per il supporto pratico nell’adattamento della app, potrà frequentare uno dei DigiX Lab che Huawei sta allestendo (uno anche a Milano) per sfruttare al massimo la piattaforma, potrà contare su una visibilità garantita dalle decine di punti di vendita di elettronica che ospitano un corner Huawei.

 

Naturalmente non tutte le app sono uguali: come è logico attendersi, la strategia punterà senz’altro sulle più importanti per costruire un ecosistema solido e attraente, e solo in seconda battuta si occuperà della massa. L’obiettivo come detto è costruire un ecosistema: fatto da smartphone e PC quando si è in giro, da una TV e da altri device in casa, da wearable e da un’infrastruttura software che sta venendo sviluppata e che si chiamerà Harmony OS. Che sia una scommessa vinta in partenza è davvero azzardato dirlo: di sicuro Huawei è l’unica in circolazione ad avere abbastanza seguito (in Cina e fuori) per puntare a ottenere il seguito necessario a dare vita a un vero terzo marketplace. Sempre che non riesca a convincere Google a fare le pressioni giuste a Washington, come ha fatto Microsoft, per poter ottenere finalmente le licenze Android che farebbero comodo.

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