Iran, sarà guerra tecnologica? Intervista al prof embedded nell’Esercito
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Ultimo aggiornamento il 8 gennaio 2020 alle 12:39

In Iran sarà guerra tecnologica? Intervista al prof embedded nell’Esercito Italiano

Gastone Breccia ha viaggiato in Afghanistan, Iraq e Siria. Docente all'Università di Pavia è un esperto di storia militare con esperienze sul campo

«Gli attacchi missilistici che l’Iran ha appena lanciato contro basi Usa in Iraq sono ridicoli. Alcune di quelle le ho visitate: sono luoghi militari dove i sistemi di allarme funzionano e hai tutto il tempo per metterti al riparo». StartupItalia ha intervistato Gastone Breccia, professore di Storia Bizantina all’Università di Pavia che ha viaggiato in Afghanistan come embedded nell’Esercito Italiano e in Iraq e Siria in modo autonomo, aiutandosi con un interprete. Autore di libri sulla storia antica e contemporanea, è tra i massimi esperti in ambito storico di questioni militari. A poche ore dall’attacco alle basi statunitensi da parte di Teheran in risposta all’uccisione del generale Soleimani, gli abbiamo chiesto se esiste un rischio  escalation.

Iran: i limiti della tecnologia

«Gli Stati Uniti avrebbero la potenza per sconfiggere convenzionalmente ogni avversario – ha premesso il professore Breccia – e per guerra convenzionale intendo quelle che gli USA hanno fatto nel 2003 in Iraq, invadendo il paese con truppe corazzate». La questione iraniana di cui tutti i notiziari stanno parlando è (anche) una guerra tecnologica, partita con un’operazione chirurgica di un drone che ha colpito un convoglio di auto uccidendo una delle figure più importanti e popolari del regime iraniano. «Ma il mondo non rischia una terza guerra mondiale – ha aggiunto il docente – la risposta iraniana di queste ore è stato il minimo che il paese potesse fare per rispondere all’attacco di Trump e non perdere la faccia di fronte all’avversario».

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© Fonte: profilo Twitter The White House

Ma cyberguerra e droni basteranno agli Stati Uniti per i loro obiettivi militari? «In Iran non sappiamo quello che Trump ha in mente, ma la tendenza è quella di macchine che sostituiscono sempre di più gli uomini in ambito militare. Non soltanto per questione di costi: in Occidente il prezzo politico della morte di un soldato è altissimo. Negli anni ’90 il presidente Usa Bill Clinton abbandonò la guerra in Somalia dopo la morte di poche decine di soldati nella Battaglia di Mogadiscio». Ma come si possono affrontare gli scenari come quello mediorientale se non si accettano i rischi che corrono soldati ed eserciti in contesti bellici? «Il problema si pone quando è necessario il controllo del territorio e l’ho visto con i miei occhi in Afghanistan. I soldati mi dicevano che sono troppo pochi e per questo erano costretti a passare in ciascun villaggio una volta ogni due settimane. Ma i restanti giorni i talebani hanno strada libera».

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© Fonte: Wikipedia

Le guerre sono cambiate e non tutti gli Stati accettano il rischio dei costi umani ed economici inevitabili in un conflitto convenzionale. Ecco perché alcuni analisti non hanno giudicato la mossa di Trump contro l’Iran come un passo verso la guerra. «È una situazione complessa – ha spiegato Gastone Breccia – i paesi occidentali fanno magari meno guerre e scelgono di inviare meno truppe sul terreno, ma non per questo siamo migliori. Mi spiego: se non partecipiamo con i cosiddetti boots on the ground, ma usiamo lo stesso droni e aerei militari corriamo comunque il rischio di compiere scelte immorali. Come se pretendessimo che i morti siano soltanto quelli degli altri, tra alleati e popolazione civile».

 

 

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