PatchAI lancia sul mercato l’assistente virtuale per pazienti coinvolti in studi clinici | The Next Tech

Ultimo aggiornamento il 25 gennaio 2020 alle 8:16

PatchAI lancia sul mercato l’assistente virtuale per pazienti coinvolti in studi clinici

Nata tra le corsie degli ospedali, la startup padovana ha realizzato il primo assistente virtuale empatico che offre un’esperienza di medicina personalizzata, capace di mettere al centro il paziente grazie all’intelligenza artificiale

Immaginate una chat di questo tipo: “Ciao Mario, come stai?”; “Molto bene, grazie!”; “Ottima notizia, mi fa piacere… Ricordati di assumere la terapia fra 15 minuti”. Ora pensate a Mario come uno dei tanti pazienti coinvolti in uno studio clinico per la ricerca e lo sviluppo di un farmaco, ma provate a immaginare il suo interlocutore come un assistente virtuale empatico, realizzato con tecnologie come machine learning e intelligenza artificiale. Ebbene, avete ‘visto’ una conversazione con un chatbot appena sbarcato sul mercato, grazie a PatchAI, startup innovativa padovana che ha sviluppato la prima piattaforma cognitiva per la raccolta – in forma conversazionale – e l’analisi dei dati riportati dai pazienti nei clinical trials. I servizi di PatchAI sono disponibili dallo scorso dicembre e tra i primi clienti spicca Novartis Italia.

Che cos’è PatchAi

“PatchAI è un app a supporto dei pazienti arruolati nelle sperimentazioni cliniche dei farmaci, che imparando dai comportamenti d’uso dell’applicazione da parte delle persone cerca di avviare con loro conversazioni il più possibile personalizzate, favorendone il coinvolgimento attivo e di conseguenza l’aderenza alle prescrizioni terapeutiche previste dallo studio specifico”, spiega a StartupItalia Alessandro Monterosso, co-founder e ceo della startup padovana. Il paziente è messo al centro di tutto il percorso fin dalle fasi iniziali, ci tiene a sottolineare Monterosso: “Innanzitutto, noi realizziamo partnership proprio con le associazioni dei pazienti esperti, per comprendere quali sono le loro necessità, i dati che vorrebbero rilasciare e ricevere, oppure qual è l’interfaccia più semplice da utilizzare. Alla fine, possiamo dire che la nostra è un’app disegnata da e per i pazienti”.

Non solo. PatchAI è anche pillole di formazione ed educazione sanitaria personalizzata: dai consigli sull’attività sportiva e l’alimentazione alla condivisione di dati sulla propria patologia, fino all’elaborazione di statistiche. “Allo stesso modo con cui sullo smartphone vediamo il numero di passi e le ore che abbiamo dormito – continua Monterosso – il paziente può monitorare il proprio stato di salute a mano a mano che compila questo diario conversazionale”. Si apre così la porta a una nuova frontiera nell’engagement del paziente, grazie all’adozione di ePRO (per Electronic Patient-Reported Outcomes si intende un risultato clinico riportato in maniera elettronica dai pazienti coinvolti in studi clinici, ndr) conversazionali. Da qui la registrazione della tecnologia Co-PRO™, che sta per Conversational Patient-Reported Outcomes.

Il focus sul paziente ha un riflesso positivo anche sui ricercatori, che attraverso una web dashboard possono vedere in tempo reale ciò che viene riportato nelle conversazioni, aumentando la quantità e la qualità dei dati raccolti. “Da una parte, PatchAI contribuisce alla creazione di cure più personalizzate, dall’altra offre dati più affidabili alle case farmaceutiche, accelerando il processo di ricerca e sviluppo di nuovi farmaci”, commenta Monterosso. “Con Novartis Italia, ad esempio, l’applicazione verrà utilizzata nell’area delle neuroscienze, a supporto dei pazienti coinvolti in uno studio su un farmaco innovativo”.

Gli investitori e gli obiettivi di crescita

L’idea è nata tra le corsie degli ospedali dove i 4 fondatori – oltre ad Alessandro Monterosso, Filip Ivancic, Kumara Palanivel e Daniele Farro – lavoravano nella ricerca clinica con ruoli diversi (medici, infermieri, farmacologi) e hanno potuto sperimentare in prima persona i bisogni inespressi dei pazienti, le barriere comunicative e attività di raccolta dati spesso obsolete. Il team si è poi costituito all’Università Bocconi e, grazie alla partecipazione al percorso di accelerazione BioUpper di Cariplo Factory, ha iniziato a lavorare all’implementazione dell’idea, entrando in contatto con i principali stakeholder del settore. Successivamente l’azienda è stata accelerata da EIT Health e adesso da UniCredit Startup Lab.

Nel corso del 2019 PatchAI ha chiuso due round di finanziamento per circa 900mila euro e negli ultimi 15 mesi ha vinto 10 competizioni nazionali e internazionali, raccogliendo oltre 300mila euro in premi e servizi. L’azienda è così riuscita a entrare sul mercato 12 mesi prima rispetto alle previsioni iniziali, grazie a una forza finanziaria che gli ha consentito di passare rapidamente da un team di 3 sviluppatori a 12 professionisti. Oggi PatchAi collabora con players internazionali come IBM e lo Human Inspired Technology Research Center dell’Università di Padova.

La startup è stata anche selezionata dalla redazione di StartupItalia per partecipare al nostro Bootstrap che si è teneuto durante l’evento Azimut Libera impresa.

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A credere nel team e nel progetto della startup padovana sono importanti investitori del settore della salute e della digital health tra cui UVCAP, Healthware Ventures, Padda Health e Avalanche Investments. “PatchAi può contare su un team ad alto potenziale di crescita che crede fortemente nei propri obiettivi. Un fattore questo che, da imprenditore e investitore, apprezzo molto e sono sicuro sarà determinante nella sua crescita futura”, dichiara Roberto Ascione, ceo di Healthware Group e Presidente di Healthware Ventures. “L’azienda, inoltre, dimostra quanto sia importante collaborare con i pazienti nella ricerca scientifica per sviluppare soluzioni innovative”. Entro i prossimi 5 anni, il management conta di raggiungere più di 40.000 pazienti, continuando così a seguire gli obiettivi di crescita in ambito corporate e consumer sia a livello italiano che globale. “Vogliamo portare PatchAI anche nella pratica clinica standard – rivela Monterosso – affiancando i pazienti con patologie croniche, che devono assumere farmaci per tempi molto lunghi”.

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