Giocando a Lydia si impara che i mostri non sono nelle fiabe ma in famiglia
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Ultimo aggiornamento il 28 febbraio 2020 alle 11:25

Giocando a Lydia si impara che i mostri non sono nell’armadio ma in famiglia

L'infanzia turbolenta di uno sviluppatore diventa un'avventura avvolgente e inquietante. Acquistandola si sostiene la fondazione Fragile Childhood

Un padre alcolizzato, una madre assente spesso violenta. Una famiglia in pezzi, squassata da litigi e difficoltà economiche. Una infanzia negata. Rubata. E allora ecco che la giovane Lydia si rifugia un un mondo immaginario. Ma c’è un problema, un grosso problema. I suoi genitori non sono mai riusciti a trovare il tempo e la voglia per raccontarle una fiaba dall’inizio alla fine.

 

 

Si sono sempre scocciati, interrotti o distratti prima dell’happy end, prima del momento in cui il cavaliere appare in scena per uccidere il drago, il cacciatore sbuca fuori all’improvviso e fa fuori il lupo, ribaltando situazioni che sembravano segnate.

Che le storie finiscano bene Lydia non può dunque saperlo. Quelle che le raccontano i suoi genitori si concludono sempre nel momento peggiore. Con il padre che se ne va dalla stanza di Lydia e chiude la luce mentre la bimba è ancora circondata dai mostri delle favole, mostri che ai suoi occhi appaiono spaventosi e invincibili.

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Tenendo per mano Lydia

Non è dunque un bel mondo quello in cui ripara Lydia per sfuggire a una famiglia scoppiata e avvelenata dall’alcol e dai reciproci rancori, che quotidianamente la stritola e le fa gravare addosso colpe non sue. È un universo oscuro, cupo, triste, fatto di personaggi immaginari inquietanti che via via prendono le sembianze e i difetti dei suoi genitori.

Giocando a Lydia, sviluppato dalla startup finnica Platonic Partnership per mano e volontà di un game designer che quei fatti li ha toccati con mano, da bambino, e se li porta dietro ancora oggi come indelebili cicatrici, si capisce molto presto che il vero mostro, per i bimbi che hanno la sfortuna di vivere in famiglie così disastrate, non è nascosto nell’armadio o sotto il letto, ma spesso dorme nella camera accanto, quella di mamma e papà.

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Una esperienza unica…

Il risultato è un videogame sicuramente poco ludico che più che giocato va vissuto. A tratti persino subìto. Una esperienza molto intima, legata a doppio filo come si diceva all’infanzia negata di uno sviluppatore del team, fatta di emozioni, salti temporali continui e frammenti che spesso restano insoluti. L’avventura è destabilizzante: si ha quasi l’impressione di sbirciare senza pudore nei ricordi di una persona che ha sofferto parecchio.

…Tutt’altro che facile

E se l’avventura è destabilizzante, la resa grafica è disturbante: dai toni di grigio scuro emergono figuri sinistri, dalle fattezze mostruose che vomitano frasi inquietanti. Nemmeno Tim Burton si è mai spinto tanto oltre. I pochi colori che appaiono su schermo, anziché rallegrare l’animo lo graffiano, perché spesso indicano situazioni di pericolo. Insomma, giocare a Lydia non è semplice, perché è un gioco che certo non rasserena i pochi momenti liberi che uno vorrebbe concedersi davanti al proprio Nintendo Switch.

A sostegno dei bimbi in difficoltà

Ma va fatto, perché è un gioco che aiuta a crescere. Anche gli adulti: li aiuta a non commettere errori che possono segnare per sempre una vita umana. In più, l’acquisto di Lydia può essere fatto donando un euro alla fondazione finlandese Fragile Childhood che dal 1986 si occupa di fornire sostegno psicologico ai bambini che affrontano questo genere di difficoltà famigliari. Basterebbe questo per correre ad acquistarlo. Ma, come abbiamo visto, Lydia offre anche molto di più.

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