Tasse, Facebook cede e si accorda con Parigi sulle cartelle arretrate
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Ultimo aggiornamento il 24 agosto 2020 alle 12:43

Tasse, Facebook cede e si accorda con Parigi sulle cartelle arretrate

Il colosso di Mark Zuckerberg dovrà versare nelle casse dell'erario francese 104 milioni di euro, di cui 22 per sanzioni

Quando a chiunque di noi arriva una cartella esattoriale, c’è ben poco da fare: se non si dimostra che è frutto di un errore occorre inevitabilmente pagare. Al più si può scendere a patti con la pubblica amministrazione chiedendo una rateizzazione dell’importo dovuto. Quando la cartella esattoriale arriva a un paperone dell’economia o a un big del tech, succede spesso che la questione assuma rilevanza politica e lo Stato finisca per accordarsi con il contribuente sulla somma che salderà, di norma inferiore al dovuto. Meglio “pochi, maledetti e subito” che correre il rischio di non vedere niente, visto che queste aziende hanno al proprio servizio schiere su schiere di avvocati. Questa volta non è però andata a finire così. La Francia, impegnata in un contenzioso con Facebook, ha infatti tenuto il punto e avrebbe ottenuto di essere pagata fino all’ultimo centesimo. Lo scrive oggi, non senza un minimo di enfasi, la testata economica Capital.

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La cartella esattoriale (molto pesante) di Facebook

Sebbene il contenzioso fosse stato tenuto segreto, Capital scrive che i propri giornalisti hanno visionato la cartella esattoriale inoltrata alla filiale francese di Facebook e riporterebbe la cifra monstre di 104 milioni di euro, relativa a tasse arretrate nel periodo che arriva all’anno fiscale 2018 e comprendente anche 22 milioni di sanzioni non saldate. Il rimborso, scrive sempre Capital, fa sprofondare in rosso la controllata francese di Facebook, con perdite per 88 milioni di euro e un patrimonio netto sprofondato in negativo per 70 milioni.

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Cos’è la GAFA, che fa tremare i paperoni del web

Del resto la Francia è in prima fila nella lotta per la riscossione dei soldi che i giganti del tech di origine statunitense e cinese devono ai Paesi del Vecchio continente. Lo scorso anno ha varato una web tax subito soprannominata “Taxe GAFA” (dalle iniziali di Google, Amazon, Facebook e Apple) che ammonta al 3% del fatturato e si applica alle aziende del web con ricavi di oltre 750 milioni di euro a livello globale di cui almeno 25 legati all’utilizzo di utenti situati in Francia.

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Prima di Facebook, il Fisco francese aveva già messo nel mirino Google e Apple costringendo loro a sborsare l’equivalente di oltre un miliardo e 500 milioni di euro. All’inizio dell’anno, il sottosegretario all’Economia e ministro con delega al digitale, Cédric O, intervistato dal Guardian, aveva inoltre annunciato che la GAFA, la web tax francese, sarebbe stata solo l’inizio, lasciando intendere che la deregulation normativa che ha concesso ai colossi del tech di spadroneggiare è destinata a finire: “Alcune piattaforme tecnologiche sono diventate elementi costitutivi della nostra economia e democrazia. Hanno acquisito posizioni di monopolio che garantiscono loro un’importanza economica che altre compagnie non hanno, e quindi hanno bisogno dell’applicazione di regole speciali”.

Poi è venuto il Coronavirus e governo e parlamento hanno dovuto far fronte a problemi più impellenti, ma presto torneranno a ficcanasare nei conti delle compagnie e a battere cassa, anche perché le spese sanitarie e il lock down hanno messo in ginocchio l’economia francese. E noi? Cosa faremo? Staremo a guardare o siamo pronti ad avviare una seria battaglia fiscale ai colossi di Internet?

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