Chiamo a testimoniare Alexa. Se lo smart device va a processo | The Next Tech
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Ultimo aggiornamento il 6 settembre 2020 alle 8:00

Chiamo a testimoniare Alexa. Se lo smart device va a processo

Con il diffondersi dell'Internet of Things e degli assistenti personali intelligenti, polizia e investigatori possono sfruttare la tecnologia in casa come testimoni nelle indagini e nei processi

Investigatori, forze dell’ordine e giudici hanno nuovi alleati nelle indagini: gli smart device. Ormai parte integrante della vita quotidiana di milioni di persone, dispositivi come Amazon Echo, Alexa o Google Home registrano ogni giorno nella loro memoria gli ordini di cui vengono incaricati. Questi dati possono quindi tornare utili come testimoni, per capire se un imputato abbia commesso no un crimine, smentendo o confermando alibi e accuse.

© Dispositivo Google Nest Mini

Un mosaico di informazioni

Naturalmente, non è così semplice. Soprattutto perché la panoramica offerta dai comandi impartiti agli smart speaker non possono risultare sufficienti a ricostruire un arco temporale breve in modo preciso. Il discorso però cambia se ad Alexa si sommano, incrociandole fra loro, tutte le digital footprint fornite dall’accesso e dall’utilizzo dei vari dispositivi. Informazioni relative alla localizzazione, registrazioni audio, dati biometrici: la fotografia di cosa si è fatto quella sera, piuttosto che di come si è passato quel pomeriggio, diventa molto meno nebulosa e assume contorni più chiari.

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Perché le autorità abbiano accesso ai database dei dispositivi intelligenti utilizzati dai cittadini, è necessaria l’autorizzazione delle aziende di produzione, da Google ad Amazon. Autorizzazione che, come spiegato in un recente podcast pubblicato dalla rivista statunitense Wired, non sempre le società desiderano offrire. Esse sono comunque tenute, nell’ambito dello svolgimento di un processo, a rispondere tempestivamente alla richiesta degli inquirenti e dei giudici. È comunque molto raro che le aziende non concedano il permesso. Può invece capitare più spesso che esse rilascino soltanto parte delle dichiarazioni e non l’intero contenuto, dopo aver ottenuto il consenso della persona interessata.

© Seattle, città della sede principale di Amazon

L’utilizzo degli strumenti digitali nelle indagini è particolarmente diffuso negli Stati Uniti. Dove, secondo una ricerca pubblicata nel 2018 da Georgetown University e New York University e ripresa dalla testata Vox, Amazon era considerata dai cittadini la seconda istituzione nazionale più affidabile, dopo le forze armate.

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C’è una svolta nel caso

L’ultimo precedente noto, in cui Alexa è stato il testimone chiave di un processo, risale allo scorso anno ad Hallandale Beach, in Florida. La polizia stava indagando sulla morte di una 32enne statunitense, Sylvia Galva Crespo, avvenuta a luglio del 2019. Gli inquirenti hanno accusato il marito, Adam Crespo, di omicidio, che però si è sempre dichiarato innocente. Ad avvalorare la sua tesi potrebbero essere però, proprio le registrazioni memorizzate su un dispositivo Amazon Echo, presente nella camera dove è avvenuto il fatto. Il processo è tutt’ora in corso, ma c’è la concreta possibilità che l’esito possa di fatto stravolgersi, grazie alla testimonianza dello smart speaker. Nel caso in cui la tesi di Crespo fosse accolta, “si tratterebbe della prima volta che una registrazione di Alexa sia usata per scagionare qualcuno e mostrare che sia innocente”, ha dichiarato il legale del marito della donna.

 

Non è comunque il primo episodio di “testimonianza digitale”, diverse situazioni analoghe sono accadute anche in precedenza. Un’ulteriore prova del fatto che reale e virtuale non sono mai stati così vicini, persino in tribunale.

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