Sakuna: Of Rice and Ruin, poetico viaggio nel Giappone feudale (e rurale)
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Ultimo aggiornamento il 9 novembre 2020 alle 22:11

Sakuna: Of Rice and Ruin, poetico viaggio nel Giappone feudale (e rurale)

Una deliziosa avventura che vi permetterà di scoprire molto sulla mitologia nipponica, affrontando divinità e demoni in prima persona

Chi ama i videogiochi di norma adora anche il Giappone e la sua cultura millenaria, in particolar modo è facile lasciarsi sedurre dal luuuuuuuungo Medioevo nipponico (non che da noi, ricomprendendo un periodo di 1000 anni, sia stato corto, anzi). Per questo titoli come Sakuna: Of Rice and Ruin, pregni di mitologia, leggende e ambientazioni tratte di peso dalla storia dell’arcipelago giapponese riescono sempre a incuriosire.

 

 

In Sakuna: Of Rice and Ruin impersoneremo Sakuna. All’apparenza è una bambina maleducata, irascibile e viziata che abita in un bellissimo palazzo nobiliare. In realtà, dopo alcuni minuti dall’accensione della console si scopre che quelle sono le fattezze con cui ha deciso di incarnarsi la dea del raccolto. Piagnucolosa e dispettosa proprio come i raccolti (che possono alternare annate molto buone ad altre terribilmente magre, solo per capriccio), durante la prima partita che funge da tutorial la nostra Sakuna ne combina una di troppo in quella sorta di Olimpo condominiale in salsa nipponica in cui vive e viene così esiliata su un’isola zeppa di demoni insieme a un gruppo di reietti umani. Questi ultimi non sanno difendersi dai mostri mentre la giovane dea, armata fino ai denti, non sa cucinare e da sola non sopravvivrebbe a lungo. Decide allora di unirsi, proprio malgrado, alla compagnia di reietti che si è stabilita in una fattoria abbandonata da tempo.

Avrà così inizio non solo un bizzarro videogame frutto del miscuglio di più generi, un po’ Harvest Moon, un po’ Rune Factory, un po’ hack’n’ slash, ma anche l’evoluzione personale della protagonista che, col passare delle stagioni, diverrà un membro fondamentale di quella comunità, abbandonando per sempre boria e alterigia e sporcandosi le mani in prima persona, mondando le risaia.

Il cuore di Sakuna: Of Rice and Ruin sono i livelli a scorrimento orizzontali, zeppi di nemici da passare a fil di katana. La nostra sa darle di santa ragione e non si tira mai indietro, nemmeno di fronte a demoni enormi e spaventosi. Armata anche di una sorta di rampino, può compiere evoluzioni in una danza mortale per i suoi nemici e chiunque abbia la malaugurata idea di mettersi sul suo cammino.

Nella vecchia fattoria

Tra un livello e l’altro, però, la nostra Sakuna farà ritorno alla fattoria. Lì avrà inizio la parte gestionale del gioco, molto simile agli Harvest Moon di Natsume. Bisognerà infatti raccogliere risorse, semi, concimare e lavorare il terreno, innaffiare e prendersi cura delle risaie al ritmo placido del passaggio delle stagioni.

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Mentre le piantine di riso, timidamente, faranno capolino, il paesaggio attorno a noi cambierà: il pesco metterà le foglie e sboccerà, d’estate sentiremo frinire le cicale, in autunno compariranno i funghi e in inverno tutto si ammanterà di bianco candore, tanto da ricordare le incisioni nipponiche più note. È superfluo dire che ogni attività contadina chiamerà in causa nuovi mini-games utili a variare il gameplay.

Un gioco ora quieto ora indiavolato, come sono indiavolati i combattimenti nei dungeons che Sakuna affronterà e ripulirà per tenere al sicuro i suoi nuovi amici e per portare loro gli oggetti necessari a sopravvivere. Animato da una veste grafica a dir poco deliziosa e sorretto alla perfezione da una lunga serie di creature e situazioni che provengono dalla mitologia giapponese, Sakuna: Of Rice and Ruin è davvero una piccola, graziosissima, gemma che farà piacere tanto a chi cerca un titolo action, dal sistema di controllo solido e profondo, quanto a chi vuole rilassarsi con qualcosa di più moderato e altrettanto curato su quel frontr, ricomprendendo in un unico videogioco (disponibile su PC, via Steam, Nintendo Switch e Sony PlayStation 4) entrambi i generi, mai così diversi e mai fusi assieme in modo tanto leggiadro, almeno prima d’ora.

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