Con la stampa 3D l'infofattura salverà la manifattura (Rifkin)
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Ultimo aggiornamento il 4 giugno 2015 alle 16:54

Cos’è l’infofattura e perché salverà (con la stampa 3D) la manifattura | Jeremy Rifkin #5

In questa quinta lezione l'economista ci porta a scoprire i segreti dell'infofattura. Nei prossimi anni la produzione manifatturiera cambierà grazie ai makers, alla diffusione delle stampanti 3D e dei modelli open source.

Come abbiamo iniziato a vedere ogni settore sarà rivoluzionato dalla piattaforma dell’Internet delle Cose e dalla transizione verso la Terza Rivoluzione Industriale. Ad esempio, una nuova generazione di micro produttori sta iniziando a farsi largo nella nostra vita quotidiana, aumentando notevolmente la produttività, riducendo i costi marginali e dando la possibilità alle aziende di essere concorrenziali con le multinazionali che un tempo sembravano invincibili.

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Sto parlando della stampa 3D, il modello di produzione manifatturiera che accompagna l’economia dell’Internet delle Cose. Nella stampa 3D, un programma informatico dà istruzioni a un braccio collegato a materiale da fusione in cartuccia o filamento, per costruire, all’interno di una stampante, un prodotto fisico, strato dopo strato. Un oggetto finito, dotato perfino di parti mobili, che alla fine viene estratto dalla stampante. Come il “replicatore” nella serie televisiva Star Trek, la stampante può essere programmata per produrre una varietà infinita di prodotti.

Le stampanti sono già in grado di produrre prodotti di gioielleria e pezzi di ricambio per protesi umane, e anche parti di auto e o di edifici. E le stampanti economiche vengono acquistate da produttori amatoriali interessati a stampare le proprie componenti. Il consumatore comincia a cedere il passo al prosumer mentre un numero crescente di persone cominciano a diventare produttori/consumatori dei propri manufatti.

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Il modello Open Source

La stampa tridimensionale differisce dalla produzione centralizzata convenzionale in molti modi rilevanti. Per cominciare, c’è poco coinvolgimento umano a parte la programmazione informatica. Il software fa tutto il lavoro, e dunque è più appropriato definire tutto il processo come “info-fattura” piuttosto che “mani-fattura”. I primi praticanti di stampa 3D hanno fatto passi avanti per garantire che il software utilizzato per programmare e stampare prodotti fisici rimanga open source, permettendo ai prosumer di condividere nuove idee tra loro in reti fai-da-te amatoriali. Il concetto di design aperto concepisce la produzione di beni come un processo dinamico in cui migliaia, anche milioni-di attori imparano l’uno dall’altro a fare le cose insieme. L’eliminazione della tutela della proprietà intellettuale riduce significativamente il costo di produzione di oggetti stampati, dando all’impresa che stampa in 3D un notevole vantaggio competitivo rispetto alle imprese manifatturiere tradizionali, che devono tener conto della necessità di pagare una miriade di brevetti.

Il processo di produzione di stampa 3D è organizzato in modo completamente diverso rispetto al processo di produzione della prima e della seconda rivoluzione industriale. Il processo di fabbricazione tradizionale è un processo sottrattivo. Le materie prime vengono tagliate molate, e poi assemblate per fabbricare il prodotto finale. In questo processo, una notevole quantità di materiale va sprecato e non entra nel prodotto finale. Il processo di stampa tridimensionale, al contrario, è infofattura additiva. Il software istruisce il braccio della stampante a immettere il materiale fuso per costruire il pezzo aggiungendo strato su strato, e il prodotto viene creato come un pezzo unico.

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Dalla manifattura alla “infofattura”

L’infofattura additiva utilizza un decimo della materia prima usata nella fabbricazione sottrattiva, dando alla stampa 3D una supremazia assoluta in termini di efficienza e produttività. La stampa 3D è destinata a crescere ad un tasso annuo vertiginoso del 106% tra il 2012 e il 2018 e le stampanti possono stampare i propri pezzi di ricambio, senza dover investire in costose riconversione e senza i relativi ritardi. Con le stampanti 3D, i prodotti possono anche essere personalizzati per creare un singolo prodotto o piccoli lotti progettati su ordinazione, a costi minimi.

L’attuale industria centralizzata, con le sue economie di scala ad alta intensità di capitali e le sue costose linee di produzione fisse e destinate alla produzione di massa, non ha l’agilità necessaria per competere con un processo di produzione in 3D che consente di creare un unico prodotto personalizzato praticamente nello stesso costo unitario per uno come per 100.000 pezzi dello stesso articolo. Per fare della stampa 3D una attività economica veramente locale e autosufficiente è necessario che la materia prima, utilizzata per creare il filamento, sia abbondante e localmente disponibile. Staples, una società di forniture per ufficio, ha introdotto una stampante 3D, prodotta da Mcor Technologies nel suo stabilimento ad Almere, nei Paesi Bassi, che utilizza la carta riciclata come materia prima. Il processo, chiamato laminazione a deposizione selettiva (SDL), stampa oggetti duri in 3D colorati con la consistenza del legno.

Le stampanti 3D sono utilizzate per l’infofattura di prodotti artigianali, modellini architettonici e perfino protesi chirurgiche per arti e per la ricostruzione facciale. Altre stampanti 3D utilizzano plastica riciclata, carta e oggetti metallici come materia prima seconda con costo marginale vicino allo zero. Uno stampatore 3D locale può anche alimentare il suo laboratorio di fabbricazione con energia elettrica verde da fonti rinnovabili, generata in loco da cooperative di produttori locali. Le piccole e medie imprese in Europa e altrove stanno già cominciando a collaborare cooperative elettriche regionali verdi per sfruttare i vantaggi delle economie di scala laterali. Con il costo dei combustibili fossili centralizzati e l’energia nucleare in costante aumento, si avvantaggiano le piccole e medie imprese in grado di alimentare le loro fabbriche con le energie rinnovabili il cui costo marginale è quasi gratuito.

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I costi (minimi) della comunicazione

Anche i costi di promozione e marketing crollano in un’economia basata sull’Internet delle Cose. L’elevato costo delle comunicazioni centralizzate sia nella prima che nella seconda Rivoluzione Industriale (rappresentato dalla pubblicità su riviste, giornali, radio e televisione) ha fatto sì che solo le imprese manifatturiere più grandi con attività su scala nazionale, e verticalmente integrate, potessero permettersi la pubblicità sui mercati nazionali e globali, limitando notevolmente la portata del mercato delle imprese manifatturiere piccole. Nella Terza Rivoluzione Industriale, una piccola operazione di stampa 3D in qualsiasi parte del mondo può pubblicizzare prodotti infofatti (nel senso di non manufatti), su un numero di siti Internet a livello mondiale con costi di marketing marginali ridotti quasi a zero.

L’integrazione in una infrastruttura dell’Internet delle Cose a livello locale darà ai piccoli infocostruttori un ulteriore definitivo vantaggio nei riguardi delle imprese centralizzate del XIX e XX secolo integrate verticalmente: essi potranno alimentare i loro veicoli con energia rinnovabile il cui costo marginale è quasi zero, riducendo in modo significativo i costi logistici lungo la filiera di approvvigionamento e di consegna dei loro prodotti finiti per gli utenti. La nuova rivoluzione di stampa 3D è un esempio di “produttività estrema”. La natura distribuita della produzione significa che alla fine tutti possano accedere ai mezzi di produzione, rendendo la questione di chi dovrebbe possederli e controllarli sempre più irrilevante per una quantità sempre maggiore di beni.

Molte delle imprese manifatturiere europee a livello globale continueranno a prosperare, ma ci sarà una radicale trasformazione e democratizzazione della produzione, che favorirà una rinascita ad alta tecnologia delle piccole e medie imprese. I giganti della manifattura europea saranno sempre più in collaborazione con una nuova generazione di stampatori 3D e di piccole e medie imprese in reti collaborative. Mentre gran parte della produzione sarà effettuata da parte delle PMI, che possono sfruttare l’incremento di efficienza energetica e aumenti di produttività delle economie di scala laterali, le grandi imprese si riposizioneranno nel settore dell’aggregazione, integrazione e gestione della commercializzazione e distribuzione dei prodotti.

Jeremy Rifkin

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