Coronavirus, qualche lezione dall'influenza spagnola | The Next Tech

Ultimo aggiornamento il 22 marzo 2020 alle 17:10

Coronavirus, qualche lezione dall’influenza spagnola

Si tratta di virus e condizioni totalmente diversi, ma l'efficacia del distanziamento sociale e della chiusura di scuole e negozi rimane valida: com'è andata in alcuni grandi centri statunitensi

L’influenza del 1918, la cosiddetta “spagnola” o “grande influenza” che uccise decine di milioni di persone nel mondo, fra i 50 e i 100, e che mutilò l’aspettativa di vita nella prima parte del secolo, è lontana appena cento anni. Eppure era semplicemente scivolata via dalla nostra memoria. Il che, considerate le incredibili proporzioni di quella pandemia che si stima arrivò a infettare mezzo miliardo di persone nel mondo su una popolazione allora di due miliardi, lascia semplicemente basiti. Su quell’influenza, di cui all’inizio dettero conto solo i giornali spagnoli (da questo nacque il soprannome) sono state svolte numerosissime indagini che ne hanno analizzato diversi aspetti: in particolare la particolare aggressività e le condizioni specifiche di quella fase storica che possono averne appesantito il bilancio, su tutte il primo conflitto mondiale che nel 1918 durava ormai da quattro anni ed era divenuto la devastante guerra di trincea con milioni di uomini ammassati sui diversi fronti.

La centralità delle misure di distanziamento sociale

Con la diffusione del Sars-Cov-2, che pure è un tipo di virus diverso da quello della spagnola, cioè un betacoronavirus appartenente alla famiglia dei coronaviridae (la spagnola era invece un influenzavirus A sottotipo H1N1), molti studiosi hanno iniziato a guardarsi indietro. Non tanto per trovare similarità nelle malattie provocate dai due virus, che fra l’altro colpiscono fasce di popolazione in modo diverso – la spagnola, per esempio, fece molte vittime soprattutto tra i giovani adulti ma è pur vero che l’aspettativa di vita era diversa – ma per capire come gestire un’emergenza sanitaria tanto massiccia.

Per quanto le condizioni fossero profondamente diverse – non avevamo una rete di collegamenti aerei internazionali, neanche gli antibiotici che ovviamente non servono per il virus ma possono aiutare nelle infezioni che possono subentrare in un organismo indebolito e la virologia muoveva i suoi primi passi proprio in quel periodo – ci sono delle lezioni che possiamo trattenere. Quelle sugli interventi slegati dai farmaci e dai vaccini. Cioè sulle misure di distanziamento sociale che oggi in Italia stiamo affrontando in modo molto rigido – invito a non uscire, chiusura delle attività non essenziali, quarantena per i positivi – che fiaccano molti nello spirito e che invece hanno una loro forte validità ed efficacia.

Applicarle con tempestività

PopularScience, da cui sono tratte anche le infografiche pubblicate, ha messo a confronto i dati di come la grande influenza venne affrontata da alcune grandi città statunitensi dell’epoca per trarne alcuni insegnamenti e dimostrare diversi assunti. Il primo è che ritardare le misure preventive – come purtroppo hanno fatto molti dei paesi europei nelle scorse settimane – rese la pandemia ben più grave per molti centri. Il confronto proposto è per esempio fra St. Louis e Philadelphia: mentre nel primo caso scuole, chiese ed eventi pubblici furono chiusi e vietati praticamente nel giro di due giorni dai primi casi registrati, nel secondo non fu così. Passarono oltre dieci giorni e il numero dei decessi crebbe vertiginosamente, superando i 250 per 100mila abitanti. Picco a cui St. Louis non si sarebbe mai neanche avvicinato e che rese Philly una delle grandi città americane più colpite. Secondo altre indagini, che pure lavorano su numeri di certo non perfetti, considerando il periodo, i picchi di decessi sono stati inferiori nei posti che hanno agito prontamente.

Contenere i picchi di decessi senza aspettare

Il secondo punto è collegato al primo: ritardare le misure di isolamento ha condotto a picchi di decessi più alti. Le città che hanno agito prima sono riuscite a contenere il pur drammatico bilancio finale dei morti. Ma soprattutto, proprio come dobbiamo fare in Italia in queste settimane, ad appesantire un po’ meno le strutture sanitarie, che così hanno potuto curare meglio chi avevano in carico. “La situazione italiana, ma anche cinese, dimostra quanto rapidamente anche un buon sistema possa sovraccaricarsi – scrive PopScience – costringendo a prendere decisioni su chi debba o possa essere curato”. La prospettiva sugli Stati Uniti rispetto al Covid-19, in particolare sulla disponibilità di ventilatori polmonari, in proporzione non è migliore. Anzi.

Non peccare di impazienza

Terzo aspetto, ancora più importante: non peccare di impazienza. Il timing degli interventi al momento giusto non racconta infatti tutta la storia. Alcune città, inclusa St. Louis, hanno cominciato bene e tuttavia hanno mollato troppo presto, pensando che l’allarme fosse passato. Così il virus è tornato a circolare appena sospese le fondamentali misure di distanziamento sociale. Alcuni centri, come anche Denver, hanno infatti registrato dei nuovi picchi dopo aver indebolito o eliminato quelle misure. Al contrario, nessuna delle città che hanno mantenuto intatte le misure per un certo numero di mesi hanno subito un’ulteriore ondata di contagi.

I tempi, considerando le conoscenze mediche e lo stile di vita attuali, potrebbero senz’altro essere inferiori a quelli della spagnola, che coinvolsero diversi mesi. Ma il modo in cui si trasmettono i virus no, così come l’evidente efficacia del distanziamento sociale.

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