Huawei e Google: niente panico | The Next Tech immagine-preview

Mag 20, 2019

Huawei e Google: niente panico

Le voci che si rincorrono riguardano il futuro. Neppure certo. Il mio e i vostri cellulari continueranno tranquillamente a funzionare

Riassumiamo la situazione in poche parole. Trump ha dichiarato (senza un vero perché, a dire il vero) guerra a Huawei. Il Segretario al Commercio di conseguenza ha messo Huawei in una lista di aziende con cui le imprese americane non dovrebbero commerciare. Google sta pensando, sempre di conseguenza, di rescindere i contratti commerciali che la legano a Huawei per le versioni a pagamento di Android. I cellulari in commercio non subiranno conseguenze, continueranno a funzionare regolarmente. Il futuro? Per ora parliamo di voci, vedremo come andrà: ma se avete un cellulare Huawei (o Honor), potete stare tranquilli. Il cielo non è crollato stanotte, e non crollerà neppure oggi. O domani. E Google ha già assicurato che dal punto di vista della sicurezza non ci saranno conseguenze.

Che cosa sta facendo Google?

La lista di proscrizione in cui è finita Huawei è un po’ una barzelletta: indica quali sono le aziende con le quali le aziende statunitensi non dovrebbero avviare o intrattenere commerci, ma non sempre questa disposizione viene rispettata. A volte (spesso) capita che queste regole vengano aggirate, semplicemente triangolando i commerci tramite società terze che fungono da specchio per tenere lontani gli sguardi di chi le regole deve farle rispettare. È successo persino con stati ritenuti dei nemici pubblici e soggetti a sanzioni internazionali (come l’Iran, o in passato l’Iraq): non è detto che in questo caso si ripeta la stessa storia, ma non è un fattore da trascurare per il prosieguo del ragionamento.

Google, da parte sua, prendendo atto di questa nuova situazione starebbe pensando (notate il condizionale: fino a questo punto non ci sono conferme) di tagliare i ponti con Shenzhen: ovvero chiudere i contratti che prevedono la concessione in licenza (a pagamento) di specifiche versioni di Android, quelle che a bordo hanno il Play Store, Gmail, Google Maps ecc. Esiste una versione AOSP di Android (Android Open Source Project) che comprende tutto tranne Play Store e compagnia: quella rimarrebbe nella disponibilità di Huawei come di chiunque altro, e su quella eventualmente Huawei potrebbe decidere di costruire il software per i suoi prossimi smartphone. Lo fa già Amazon per il suo tablet Kindle Fire.

Gli aggiornamenti per i cellulari già in commercio non dovrebbero essere un problema: difficile che si arrivi a rilasciare nuove versioni del firmware depurate di funzioni fondamentali, difficile che Google possa chiedere tanto a Huawei – esponendosi magari anche a una causa. Detto questo, si può vivere senza Play Store? Certo, anche se per noi europei sarebbe una gran scomodità: siamo abituati a Gmail e tutti gli altri servizi integrati negli smartphone. In Cina ne fanno a meno da sempre invece: proprio basandosi su quella esperienza, Huawei potrebbe costruire un’alternativa credibile. Ha già un suo store, che sta facendo crescere in questi anni, ha già il suo cloud: dovrebbe solo riuscire a negoziare con le grandi aziende (Facebook, Netflix, Spotify ecc) per avere le loro app nel suo store, e il più sarebbe fatto. Non le mancano gli sviluppatori e le risorse per far funzionare tutto.

Vedremo, questi sono scenari che riguardano il futuro: per ora (sempre se volete dare credito alle voci) basta dire che i vostri smartphone continueranno a funzionare perfettamente fino alla fine della loro vita utile.

Sì, ma cosa succederà con Android Q?

La vera domanda da fare, più che riguardare Android 10 alias Q, dovrebbe riguardare le implicazioni che la mossa di Google potrebbe avere per l’intero mercato della telefonia. Se oggi possono fare questo a Huawei, cosa gli impedirà di fare lo stesso con Xiaomi, Oppo, Blu, Motorola, Blackberry, Nokia, Wiko e ogni altro produttore di smartphone con base in Cina? Che differenza c’è tra Huawei e tutti gli altri? Risposta: nessuna. Tutta questa vicenda è totalmente arbitraria e priva di una reale ragione per prendere una decisione simile.

 

Vale la pena anche sottolineare un punto: negli Stati Uniti non vengono venduti di fatto smartphone Huawei. La vera questione riguarda il 5G e la sua infrastruttura: Huawei controlla un numero notevole di brevetti al riguardo, è di fatto già indispensabile per il suo funzionamento. E come hanno scoperto i concorrenti, non è facile rimpiazzare Huawei nelle centrali telefoniche solo perché qualcuno ha deciso che vuole fare a meno degli apparati cinesi. C’è il rischio, concreto, che lo sviluppo del 5G possa subire un rallentamento significativo in Nordamerica (e sarebbe il danno che si unisce alla beffa).

Quindi? Quindi gli Stati Uniti stanno montando un polverone su una questione che non esiste: gli iPhone, che a ben vedere sono gli unici smartphone degni di nota venduti da un’azienda a stelle e strisce, sono costruiti nelle stesse fabbriche in cui vengono costruiti gli smartphone cinesi. I componenti con cui sono assemblati sono made in China. I rischi sono esattamente gli stessi per qualsiasi prodotto: e resta il fatto che l’unico caso documentato di spionaggio a mezzo dispositivi Huawei lo abbiano condotto gli USA, come dimostrano i documenti fatti trapelare da Eric Snowden.

 

Quindi, davvero, non fasciamoci la testa: ci sono almeno due o tre modi differenti per Huawei di venir fuori pressoché indenne da questa novità. Con un suo store, trovando qualcuno che gli passi Play Store per vie alternative, o semplicemente le voci non troveranno conferma. Sicuramente non è un bel momento dal punto di vista dell’immagine, e si è già diffusi una psicosi collettiva: ma il pubblico farà presto a dimenticarsene, quando vedrà che le app continuano ad aggiornarsi e il Play Store resta al suo posto. La vera questione in sospeso riguarda il controllo che Google esercita sull’intero ecosistema: ora starebbe essenzialmente tagliando fuori una fetta consistente di questo ecosistema, perdendoci anche del denaro, e riducendo la scelta per il consumatore finale. Chi trarrà vantaggio da tutto questo lo dobbiamo ancora stabilire: non Google, non Huawei, soprattutto non il pubblico.

Rimani sempre aggiornato sui
temi di StartupItalia!
iscriviti alla newsletter